La strada per arrivare ad Harlem da JFK passa per Astoria, ma i Knicks hanno appena vinto il titolo, il Robert F. Kennedy Bridge è chiuso e dobbiamo passare da sud, per poi risalire tutta Manhattan.
Il mio autista è disperato. «Jam is crazy, bro». Io, invece, sono contento.
C’è una cosa fighissima di New York: non ti ci abitui mai. E a me quella sensazione mi piace un sacco, mi fa sentire vivo. Ogni volta mi produce quella sensazione di intensità che altri cercano andando in moto, buttandosi da un aereo o facendo cose molto più pericolose. Io vado a New York.
A New York capisci un sacco di cose del mondo. Una, per esempio, è che noi italiani siamo pieni di cazzate.
L’Italia è il paese che amo e il posto dove ho le mie radici, ma la bellezza, come certe combinazioni di chimica e ambiente, può dare assuefazione e provocare allucinazioni. Ci siamo convinti di possedere una percentuale inconcepibile dell’arte mondiale. Ci siamo convinti di aver inventato la cucina, e se pensiamo a Bottura lo sarà pure ma la verità è che benché ci piaccia pensare che la cucina italiana sia l’unica possibile a New York c’è la più alta concentrazione di ristoranti stellati del mondo.
Quando arrivi ad Harlem ti sembra provinciale anche il dibattito europeo sulla remigrazione. Per quattro niggas in Barriera, a Parigi o London East siamo letteralmente impazziti e abbiamo gridato all’invasione. Ci comportiamo come se esistesse un’Europa originaria, immobile, che qualcuno sta venendo a sostituire.
La verità è che noi in Europa siamo dei nostalgici tutti, ma non del fascismo, ma delle crociate! Siamo dei wannabe crociati, vorremmo conquistare Gerusalemme e liberarla dagli ebrei ma soprattutto dai mori e ci ostiniamo a chiamare Istanbul Costantinopoli.
Siamo tutti nostalgici. Non necessariamente del fascismo: siamo nostalgici di quando l’Europa credeva di coincidere con il mondo. Dei velieri, delle esplorazioni, delle crociate culturali. Vorremmo ripartire sul nostro cavallo bianco con un libro di Goethe e una bottiglia di Chardonnay, ma siamo troppo vecchi. E da qualche parte sappiamo che il mondo ci è passato sopra la testa.
Adesso siamo turisti.
Siamo la coppia di olandesi nel resort alle Bahamas. Il backpacker tedesco che attraversa il Sudamerica prima della magistrale. L’art director milanese che ritrova se stessa a Bali tra una sessione di yoga e una notte con il backpacker sotto le stelle.
Siamo anche i ricercatori, gli artisti e gli imprenditori europei che volevano ancora avere voce in capitolo nel mondo che cambia e per averla hanno scelto Princeton, il MIT, Bloomberg o Williamsburg.
La magia che l’Europa fosse un luogo del mondo si è spezzata 200 anni fa quando le storie della pirateria che plasmavano (e ancora oggi) la fantasia di noi snob nobili europei. Le grandi storie avvenivano al di là dell’oceano e la vita si forgiava lontano. Pensa che senso di alienazione deve produrre vivere in una provincia del mondo continuando a pensare che la provincia siano gli altri.
Ma le identità provocano allucinazioni per davvero e il fatto che definire l’identità di New York sia by design impossibile questa cosa esercita una pressione tale sull’identità di ognuno che secondo me è profondamente liberatoria.
Le grandi storie, da secoli, avvengono al di là dell’oceano. Da qualche tempo anche al di là del continente, verso est.
Le identità possono diventare allucinazioni. Quella di New York, invece, è impossibile da definire by design. La città esercita una pressione continua sull’identità di ciascuno: non ti chiede da dove vieni per stabilire dove devi stare. Ti chiede cosa stai facendo adesso. È una pressione spietata, ma anche profondamente liberatoria.
Io e mia moglie dormiamo in un Marriott costruito nel complesso del vecchio Victoria Theater, a pochi passi dall’Apollo. Restiamo due notti, prima di trasferirci nel quartiere più ebraico di Brooklyn.
Andiamo al bar a guardare il discorso di Zohran Mamdani alla parata per il titolo dei Knicks. Lei prende una Mexican Coke, io una Corona. Ordiniamo in spagnolo perché, a New York come a Miami, per quella che è la mia esperienza, con quasi chiunque lavori in un hotel o in un ristorante puoi parlare in spagnolo.
Mi ricordo il giorno in cui ho venduto la mia prima azienda in Italia. Mi ricordo anche la notte in cui raccontai quel microscopico successo professionale durante una festa a Manhattan. Poche volte mi sono sentito così piccolino.
Una exit italiana può sembrare enorme finché non viene pronunciata nella stessa stanza in cui qualcuno sta discutendo il bonus annuale di un manager americano.
Roberto Gagnor me lo aveva detto quindici anni fa, durante un’intervista: il successo non esiste, si fallisce soltanto a livelli più alti. Lo intervistavo perché aveva realizzato il sogno di lavorare per Disney e sceneggiava le storie di Topolino. Era stato, ancora una volta, visionario.
Cos’è il successo? Cos’è l’appartenenza? Cos’è la buona cucina?
Secondo me sono tutte allucinazioni. Ma l’allucinazione per la sua natura è un’immagine di cui il nostro cervello ha bisogno per dare un significato a un qualcosa che il nostro ambiente non riesce naturalmente a riprodurre. Può essere un oasi nel deserto o può essere la convinzione di contare qualcosa in un mondo che accade a ovest e ora a est ma non più qui.
Quando sento parlare Mamdani penso a Berlinguer. Non perché si assomiglino, ma perché Berlinguer non governò mai e proprio per questo poté diventare un idolo. Non dovendo misurarsi fino in fondo con il potere, è rimasto puro. Una fotografia, una cravatta in spiaggia, un’espressione grave: materiale perfetto per una nostalgia politica che preferisce l’integrità della sconfitta alla responsabilità imperfetta del governo.
A noi italiani gli sconfitti piacciono. Nell’empatia verso chi non ce l’ha fatta troviamo la forza di perdonare noi stessi. Per tifare per i migliori bisogna prima aver accettato di non esserlo.
Mamdani, invece, mi sta simpatico perché è un fenomeno estremamente reale. Innanzitutto è un mixed kid, come me, come Drake. Non riuscire a selezionare una sola casella quando all’ingresso degli Stati Uniti ti chiedono di indicare la tua razza è tutto un feeling.
Ma soprattutto Mamdani assomiglia a ciò che il mondo è destinato a diventare. È New York, capitale dell’ultrafinanza mondiale, che riscopre l’idea socialdemocratica più elementare: lo Stato può intervenire per mitigare gli effetti del mercato.
Noi europei pensiamo che quello sia l’ultimo primato che ci è rimasto. Può darsi che tra quindici o venticinque anni anche quello si sia spostato sulle coste americane o nelle grandi città cinesi.
Una parte della partita passerà dall’intelligenza artificiale. Non perché l’AI risolverà tutto, ma perché deciderà dove si concentreranno capitale, conoscenza e potere. Mythos è bastato a produrre restrizioni, sospetti geopolitici e dietrologie finanziarie. L’intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre. Somiglia più al nucleare che all’informatica: non è soltanto uno strumento, è un nuovo modo di distribuire la forza tra gli Stati e dentro le società.
Creare forme di intelligenza sempre più generali porterà frutti dolci alle comunità capaci di governarle e catene molto dure a quelle che non lo saranno. La tecnologia non rende necessariamente liberi. Nemmeno il mercato.
Forse la prossima caravella che scoprirà un nuovo mondo partirà dal Texas. Forse il prossimo modo di essere umani verrà sperimentato a Portland, Shenzhen o in una città che oggi non sappiamo ancora indicare sulla mappa.
Boh. Ci penso mentre ci portano delle patatine fritte con tartufo, aglio e parmigiano.
In Italia non le avrei mai ordinate.
Sono le più buone che abbia mai mangiato.
Questo è Kansei. Benvenuti.
