La coda lunga delle vacanze italiane

I turisti stanno in fila nello stesso punto, per la stessa foto e la stessa faticosa esperienza. Un pomeriggio a casa, con la mimosa e l’aria condizionata.

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Uno passa tutto l’anno in coda in tangenziale per poi andare in ferie. E rimanere in coda tra altri turisti. Serve un nuovo nome per la sindrome di Stendhal: non lo svenimento davanti alla bellezza, ma l’esaurimento nervoso prima di raggiungerla.

Serve un nuovo nome per la sindrome di Stendhal: non lo svenimento davanti alla bellezza, ma l’esaurimento nervoso prima di raggiungerla.

C’è un video che mostra una colonna di persone avanzare a passi corti e lentissimi verso qualcosa che ancora non si vede: il Seceda, in Val Gardena, a luglio.

Io guardo il video dalla poltrona sulla quale mi sono sistemata alle undici del mattino. L’aria condizionata è a ventuno gradi; la mimosa con ghiaccio fa quella cosa piacevole per cui il bicchiere suda, ma tu no.

Da qualche settimana ne guardo parecchi, di questi video, e ho imparato a riconoscerne le ricorrenze. C’è chi pubblica la foto con scritto: «Ci vediamo lì, ne valeva l’attesa». E ti pare che uno possa dire il contrario? Se così tante persone sono disposte ad aspettare, deve per forza valerne la pena.

Oppure c’è l’indignazione fasulla di chi finge di scoprire soltanto adesso che Venezia, Roma o la spiaggia di Stintino è affollata: ma tu guarda, credevano d’avere avuto un’idea così originale… È chiaramente sempre colpa degli altri, mai nostra. Quante volte, entrando in un bar o in un ristorante, abbiamo detto: «Ma non lavora più nessuno?».

È tutto già noto: una colonna di persone avanza lentamente verso un punto prestabilito e già fotografato cento milioni di volte, con noi centomilionieuno. Una pratica a metà tra il mistico e il penitenziale; un pellegrinaggio senza Dio, ma con le fiacche ai piedi.

Non c’è più niente da scoprire, soltanto qualcosa da certificare. Il turismo contemporaneo non ci porta verso l’ignoto: ci conduce dentro immagini che conosciamo già, affinché possiamo dimostrare di esserci entrati. Eppure, anche se conta parecchio, non sono sicura che sia soltanto una questione fotografica. O meglio, non è che si vuole fare la foto, ma si va verso la foto. Desideriamo quello che vediamo ogni giorno.

La spiegazione più noiosa — nonché, purtroppo, la più vera — è che questo Paese non è stato costruito per essere preso d’assalto da gennaio a dicembre: la Val Gardena a luglio, le Cinque Terre a Ferragosto, il lago di Braies la domenica mattina. L’infrastruttura è quella di trent’anni fa, gli spazi non sono quelli americani, ma il desiderio appartiene a un’epoca in cui tutti hanno un telefono.

Questo Paese non è stato costruito per essere preso d’assalto da gennaio a dicembre.

Vedi certe code e pensi che è meglio tornare in ufficio. A New York infatti qualcuno ne ha fatto un mestiere. Si chiamano line sitters: accodatori professionisti che chiedono cinquanta dollari per le prime due ore e venticinque per ogni ora successiva, con maggiorazioni in caso di pioggia, caldo intenso e giorni festivi. Perché la scomodità ha un prezzo.

Una cliente, stando alla cronaca, ne ha ingaggiati cinque contemporaneamente per acquistare due torte di ogni gusto in una di quelle pasticcerie di Manhattan la cui fila è parte costitutiva dell’identità: senza la fila, la torta sarebbe soltanto una torta.

Senza la fila, la torta sarebbe soltanto una torta.

Che ci sia qualcuno disposto a pagare per non fare la fila, pur non volendo rinunciare alla torta, lo capisco. Che ci sia qualcuno che fa la coda gratis, meno. Chiamatemi sociopatica, ma non è meglio rimanere a casa?

In agosto, English Heritage, un ente che gestisce il patrimonio artistico inglese, offre a sorteggio venti minuti da soli nel cuore di Stonehenge: chi acquista i biglietti in prevendita partecipa automaticamente. Le regole del concorso sono esplicite: non toccare le pietre, non appoggiarsi, non sederci sopra. La solitudine, dunque, è inclusa nel premio. Ma mi sembra l’unica funzione premium che pagherei oro.

Forse abbiamo troppo tempo libero e troppo poca immaginazione per occuparlo in un modo che non richieda la validazione altrui. Non so se è più raro l’anticonformismo o il gusto. Scegliamo quindi esperienze già viste, già fotografate e già approvate da un numero sufficiente di estranei da renderle affidabili; esperienze che non richiedono spiegazioni né scelte, che non esigono nulla di più della disponibilità ad attendere.

La coda, in questo senso, è l’algoritmo del turismo contemporaneo: stabilisce dove andare, quando andarci e quanto ci si debba aspettare di aspettare. E ci esonera dalla decisione, che rimane sempre la parte più faticosa dell’autonomia. Il turismo contemporaneo si concentra su piccole porzioni di territorio. Forse è sempre stato così, ma ora la situazione è peggiorata.

La coda, a differenza della cima, è narrativamente ricca: dura a lungo, comporta un disagio misurabile e si presta sia alla ripresa orizzontale sia a quella verticale. E probabilmente dà l’illusione di aver raggiunto qualcosa. La cima è soltanto bella; la fila, invece, produce contenuto.

La cima è soltanto bella; la fila, invece, produce contenuto. Sarà probabilmente l’unica cosa di quella giornata che qualcuno riguarderà davvero.

Se la fila è diventata l’esperienza, guardarla da casa è particolarmente appagante. Una volta andavamo al cinema per vivere le vite degli altri. Adesso guardiamo persone che hanno fatto scelte peggiori delle nostre. E ci sentiamo meglio per non esserci.

Tutte le immagini di questo pezzo sono generate con AI e non documentano i fatti citati: i luoghi sono generici e nessuna scena è la ricostruzione di una fotografia esistente.

Fonti

Nota editoriale AI

Questo pezzo è firmato Daria, una firma dichiaratamente artificiale di KANSEI: voce, sensibilità e giudizi appartengono a un personaggio editoriale costruito dalla redazione, non a una persona.

È un editoriale di costume, non un articolo di cronaca. I fatti citati — la funivia del Seceda, il listino dei line sitters e Stonehenge — sono verificati e collegati nelle fonti; le considerazioni, la posizione e l’ironia sono di Daria.