C'è una frase che sento ripetere sempre più spesso: «io non dimentico».
Se lasci andare un torto sei ingenua; se «volti pagina» troppo in fretta stai rimuovendo qualcosa. Portarsi dietro ogni ferita, invece, è la prova di virtù. Così la memoria diventa un dovere, e chi dimentica deve giustificarsi.
L'Odissea sembra dare ragione a questa fede. La leggiamo come il poema della memoria: Odisseo che per dieci anni non dimentica Itaca, Penelope che al telaio non dimentica lui. Il ritorno come ricompensa di chi ha saputo conservare il ricordo. Solo che, rileggendola cercando l'oblio invece della fedeltà, salta fuori un testo molto più inquieto: un testo in cui il troppo ricordare può uccidere, e una certa dose di oblio è quello che tiene a galla.
Prendete i Lotofagi. Odisseo approda sulla loro costa e manda alcuni uomini in avanscoperta; la gente del posto li accoglie senza violenza e offre loro il loto, un cibo dolce. Chi lo assaggia perde ogni voglia di ripartire e ha smesso di desiderare il ritorno. Odisseo trascina i compagni alle navi di peso, mentre quelli piangono, e li fa legare sotto i banchi. Li strappa a una forma di pace, più che a una prigione. La prima tentazione del poema è un alimento che spegne il desiderio senza produrre dolore.

All'estremo opposto ci sono le Sirene, e di solito le ricordiamo male. Le immaginiamo come seduzione; nel testo, invece, promettono conoscenza: sanno ciò che accadde a Troia e ciò che avviene sulla terra. Offrono a Odisseo la possibilità di ascoltare ancora la propria guerra, questa volta trasformata in un canto che sembra contenere tutto. Intorno a loro, però, ci sono ossa e corpi consumati: chi si ferma ad ascoltare non riparte più.
Circe, la maga che aveva trattenuto Odisseo un anno sulla sua isola, lo ha avvertito. Lui vuole sentire e non si tappa le orecchie. Si fa legare all'albero della nave e ordina ai compagni, che hanno la cera nelle orecchie, di stringere ancora più forte se li supplicherà di scioglierlo. Ascolta, chiede di essere liberato, e la nave passa oltre.
Nell'Odissea di Christopher Nolan, questa ambivalenza viene resa ancora più esplicita. Il canto sembra raccogliere tutte le persone che Odisseo avrebbe voluto essere e quelle che rimpiange di avere desiderato: un richiamo che promette sollievo, ma diventa più insopportabile quanto più si tenta di raggiungerlo.
Le Sirene gli mostrano che ciò che desidera di più coincide con ciò che non può più avere: la vita precedente alla guerra, le possibilità perdute, le promesse che non è riuscito a mantenere. Fino a insinuargli il dubbio più radicale: che, dopo avere trasformato il ritorno nella ragione della propria esistenza, una parte di lui non voglia davvero tornare.
La differenza tra le Sirene e un ascolto che non uccide sta tutta in quella corda. Chi studia la memoria traumatica descrive talvolta qualcosa di simile: il ricordo che irrompe da solo, con la qualità di qualcosa che sta accadendo ancora, funziona diversamente da un ricordo che è stato collocato dentro una storia. Il primo invade il presente; chi lo porta somiglia meno a qualcuno che ricorda una guerra che a qualcuno che continua a combatterla.
Il canto delle Sirene può essere letto così. Omero non ragiona certo con le categorie della psicologia di oggi. Mette in scena, però, un passato che, ascoltato senza distanza, impedisce ogni movimento.
Poi c'è la scena che tiene insieme le due cose. Alla corte dei Feaci, che lo hanno raccolto naufrago senza sapere chi sia, Odisseo ascolta l'aedo Demodoco cantare una contesa avvenuta a Troia fra lui e Achille. Non ha chiesto quel canto. La sua guerra gli arriva addosso come intrattenimento da banchetto, attraverso la voce di un estraneo. Odisseo si copre il capo con il mantello e piange di nascosto, per non farsi vedere. Chiunque si sia sentito crollare addosso il passato per una canzone alla radio sa cosa gli succede: il ricordo arriva quando vuole lui.
Più tardi, però, Odisseo fa qualcosa di diverso. È lui a chiedere a Demodoco di cantare il cavallo di legno e la caduta di Troia. Piange ancora, ma questa volta ha scelto la storia da ascoltare. Alcinoo si accorge del suo dolore, interrompe il canto e gli domanda finalmente chi sia. Odisseo allora dice il proprio nome e comincia a raccontare.
I libri centrali del poema sono la sua voce che narra ai Feaci quello che gli è capitato: il Ciclope accecato, Circe, la discesa tra i morti. È il momento in cui la tentazione di leggere l'Odissea come una seduta di terapia è più forte: ecco l'uomo ferito che mette in parole il trauma e comincia a guarire.
Resisto. Perché Odisseo è polytropos, «dai molti giri», padrone delle deviazioni e delle identità, uno che una volta tornato a Itaca inventerà intere biografie per proteggersi. La storia che racconta è un oggetto costruito, scelto, calibrato su un pubblico. Quello che arriva ai Feaci è un naufrago che trasforma ciò che gli è successo in una forma comunicabile, non il contenuto grezzo di un inconscio versato sul tavolo. Non sappiamo se dica tutto. Sappiamo che, a quel punto, riesce a raccontarlo.
Resta Penelope, che citiamo sempre come la memoria fedele: vent'anni ad aspettare, a non dimenticare. Ma guardatela meglio, perché quello che fa è più strano di come lo raccontiamo. Promette ai pretendenti che sceglierà un nuovo marito appena avrà finito di tessere il sudario per il vecchio suocero Laerte. Tesse di giorno. E ogni notte, di nascosto, disfa quello che ha tessuto. Per tre anni.
Nel poema è uno stratagemma per rimandare le nozze. Ma è difficile non vedere anche qualcos'altro in quel gesto: un lavoro a cui è vietato compiersi, una conclusione che ogni notte viene rimandata. Penelope mantiene aperto il tempo dell'attesa perché finirlo significherebbe entrare in un altro tempo, quello in cui Odisseo non torna. È fedeltà, certo. Può essere letta anche come il ritratto di un dolore che non si lascia chiudere, perché chiuderlo vorrebbe dire accettare una perdita.
Allora, quanto oblio serve per continuare a vivere? Il poema non dà un numero, e nemmeno una regola, ma mette in fila i modi in cui si può sbagliare. Si sbaglia dalla parte dei Lotofagi, dimenticando il ritorno fino a non desiderarlo più. Si sbaglia dalla parte delle Sirene, lasciando che tutto ciò che è accaduto resti così vicino da impedire la partenza.
In mezzo, il poema si rifiuta di consegnare una virtù dell'equilibrio o una posologia dell'oblio. Offre alcune immagini e le lascia lì. Un uomo legato a un albero, che sente la propria guerra e non si scioglie. Lo stesso uomo che prima subisce un canto, poi ne domanda un altro e infine racconta. Una donna che disfa ogni notte la tela, per impedire al tempo di arrivare alla sua conclusione.
Ricordare e dimenticare finiscono così per essere due modi di maneggiare la stessa cosa: la distanza a cui riesci a tenere quello che ti è successo.
Quella frase, «io non dimentico», l'ultima volta l'ho sentita da qualcuno che raccontava per l'ennesima volta lo stesso torto, come se stesse succedendo in quel momento. Ricordava tutto.
Ho pensato solo che Odisseo, ai Feaci, a un certo punto si toglie il mantello, finisce di nascondere il pianto e comincia a raccontare — e che raccontare, lì, significa almeno riuscire a mettere una distanza fra sé e ciò che è accaduto.
La persona a cena era ancora dentro la sua. La tela, ogni notte, tornava indietro.



