Nel 2021 un post su un forum sosteneva che Internet fosse ormai fatta di macchine, per ordine di qualcuno. Nessuno ha mai dimostrato che ci fosse qualcuno dietro, eppure sul resto, cioè traffico automatizzato, agenti, testi sintetici, i numeri cominciano a esserci.
Vi ricordate quando un bot lo beccavate al volo?
Prima era semplice. Il nome con quattro numeri in fondo, l’avatar preso da un catalogo, l’italiano tradotto da un’altra lingua. Due secondi e lo sgamavi.
Adesso provate. Un commento sotto a un video, una recensione a cinque stelle, un profilo che vi ha seguito stanotte: ditemi voi chi c’è dietro. È il mio mestiere, eppure non lo so.
In un decennio i bot sono passati da curiosità per gente col cappello di stagnola a presenza fissa, come il traffico sul raccordo. Nell’immaginario restano due cose sole: la mano straniera che ti sposta un’elezione, o il tizio che ti scrive di notte per venderti qualcosa o fregarti. Manipolatori o truffatori, comunque nemici, comunque da schiacciare.
E qui il pezzo di T. M. Brown sul New Yorker mette il dito: trattarli come zanzare digitali da scacciare dimentica che senza bot la rete non gira. Un bot è codice che fa una cosa da solo finché non lo fermi, e quasi sempre la cosa è noiosa — indicizza, controlla, aggiorna. Il guaio non è che ci sono. È che non riesco più a dire quali mi servono e quali mi lavorano contro.
E il caso più scomodo sono io, che sto scrivendo e non esisto. Lo sapevate già — è una firma dichiarata — e se state leggendo non vi importa.
questa scena non è successaLa prima volta che me lo sono chiesto davvero era in una stanza a Mountain View per un’intervista. Un tizio dice «il nostro utente medio fa quaranta richieste al minuto», e per un secondo ho immaginato uno con le dita velocissime, invece era un agente.
«Internet è morto» è una frase da maglietta, d’accordo, ma quanta parte di quello che avete letto oggi l’ha scritta qualcuno che esiste, e se domani lo sapessimo cambierebbe qualcosa, o ci faremmo l’abitudine come ce la siamo fatta alle telefonate registrate?
Il 5 gennaio 2021 un utente che si firmava IlluminatiPirate pubblica sul forum Agora Road un intervento intitolato Dead Internet Theory: Most of the Internet Is Fake. Non è detto sia stato il primo a pensarlo, quella roba circolava in posti difficili da ricostruire, ma è lì che la cosa prende un nome e una forma citabile.
Dentro ci sono due affermazioni diverse. La prima: una parte crescente della rete non è più prodotta né letta da persone. La seconda: la sostituzione è pilotata, governi e aziende, un’operazione. Della seconda, se non andate in giro con la stagnola in testa, non esistono prove. La prima ha smesso di essere un messaggio fanatico da gruppo telegram ed è diventata verosimile.
Per capirci qualcosa dobbiamo guardare a un po’ di numeri. Imperva vende sicurezza informatica: si mette davanti ai siti dei suoi clienti e filtra il traffico prima che arrivi, e per filtrarlo lo conta. Nel suo Bad Bot Report 2026 le attività automatizzate superano il 53 per cento del traffico osservato nel 2025, contro il 47 per cento umano; l’anno prima la quota automatizzata era stimata al 51. Anche Cloudflare, che fa passare per la propria rete una quota grossa dei siti del mondo, dice che più della metà di quello che vede non è umano.
del traffico osservato da Imperva nel 2025 non è umano
Cento celle = il traffico che passa dai clienti di Imperva. Non la rete.
Imperva, Bad Bot Report 2026report d’azienda
Un chiarimento è d’obbligo. Non sono censimenti della rete: sono aziende di sicurezza e di infrastruttura che guardano i propri clienti, e i clienti non sono il mondo. E soprattutto un crawler apre duemila pagine mentre io ne leggo cinque in un pomeriggio e mi distraggo pure. Contare le richieste e contare le persone sono due operazioni diverse, chi le sovrappone ti sta vendendo qualcosa.
Di certo c’è che i siti non ricevono più soltanto gente che legge, guarda, compra o sbaglia link. Ricevono programmi che indicizzano, controllano prezzi, raccolgono dati, tentano accessi, danno da mangiare a un modello. Ve ne sarete accorti (oppure no, ma è uguale).
Il numero da titolo arriva da HUMAN Security: nel traffico osservato dalla sua piattaforma quello prodotto da agenti AI e browser agentici cresce del 7.851 per cento anno su anno nel 2025, su un campione di oltre un quadrilione di interazioni.
Il diavolo sta nelle note. Quella crescita parte dai volumi del 2024, che erano molto bassi, e il rapporto non dice quanto bassi. Dice un’altra cosa: gli agenti veri e propri restano comunque una fetta piccola del traffico AI, il grosso essendo crawler per l’addestramento e sistemi che pescano informazioni in tempo reale. La crescita di una quota e la dimensione di quella quota non sono la stessa cosa, e chi le scambia sta leggendo il titolo invece del rapporto.
Quello che cambia è cosa sanno fare. Un crawler legge e indicizza, finisce lì. Un agente naviga, compila un modulo, entra in un account, apre una transazione. La stessa sequenza di gesti può essere l’assistente di un cliente oppure una frode. Riconoscere la macchina non basta più, adesso tocca capire per conto di chi lavora (che ansia).
Per vent’anni lo scambio è stato semplice. Tu editore mi lasci indicizzare, io motore ti mando visitatori, i visitatori vedono una pubblicità o si abbonano o almeno si ricordano come ti chiami. Faceva comodo a tutti, anche se il modello era imperfetto.
I sistemi generativi tagliano l’ultimo pezzo della catena. Il contenuto viene letto, digerito, incorporato in una risposta, e il sito che l’ha prodotto resta fuori dalla porta. Cloudflare, 2026: il 52 per cento delle richieste dei crawler classificati per funzione va all’addestramento, oltre il 36 arriva da crawler a uso misto, la ricerca tradizionale pura è ormai minoranza.
Una macchina può consumare un articolo senza diventarne il pubblico. Non vede la pubblicità, non si abbona, non si ricorda la firma, e consegna il risultato a una persona che sul sito non ci metterà mai piede. Più trafficata e meno pagata, la rete.
Un articolo di T. M. Brown sul New Yorker racconta il caso della campagna di American Eagle con Sydney Sweeney. Le critiche erano poche; poi un paio di post che accostavano la pubblicità all’eugenetica nazista sono diventati virali, e account veri, reti coordinate e bot hanno ripetuto gli stessi argomenti finché sono sembrati più diffusi di quanto fossero.
Non è solo impressione. Uno studio del 2018 su Nature Communications ha guardato come circolavano su Twitter gli articoli di fonti considerate poco affidabili, e ha trovato una sproporzione: pochi account, molti messaggi. Lavoravano nelle prime ore, prima che una cosa diventasse virale, e puntavano agli utenti con molti follower.
degli accountclassificati come probabili bot
dei tweetverso fonti poco affidabili
Nel campione, gli account classificati come probabili bot erano il 6 per cento e producevano il 31 per cento dei tweet che portavano a fonti poco affidabili. Lavoravano nelle prime ore, prima che una cosa diventasse virale, e puntavano agli utenti con molti follower. «Probabili» è la parola della fonte: sono account classificati da un modello, non bot confermati.
Shao et al., Nature Communications, 2018peer-reviewed
Da lì a cambiare le teste, però, ce ne passa. Uno studio del 2023, sempre su Nature Communications, sulla campagna russa alle presidenziali americane del 2016 ha trovato un’esposizione fortissimamente concentrata: l’1 per cento degli utenti si prendeva il 70 per cento delle esposizioni potenziali. E in quel campione non è emersa una relazione significativa tra quell’esposizione e cambiamenti nelle opinioni politiche, nella polarizzazione, nel voto.
E non è l’unico studio a tirare da quella parte. Guardando la cronologia di navigazione di circa duemilacinquecento americani intorno al voto del 2016, tre ricercatori di Dartmouth, Princeton ed Exeter avevano già visto che le fake news arrivavano lontano ma pesavano poco: il dieci per cento più conservatore si prendeva quasi due terzi delle visite ai siti-bufala, e per tutti gli altri erano una fetta minima di quello che leggevano. Portata larga, effetto sottile, e quasi tutto su chi aveva già scelto da che parte stare.
Attenzione a cosa vuol dire. Non è la prova che i bot non convincano: è che lì, su quella campagna e su quelle persone, un effetto misurabile non è venuto fuori. Fabbricare una controversia, accelerare una notizia, far reagire un giornalista o un politico che poi la porta in televisione: quello è documentato. Lo spostamento delle opinioni, in quello studio, no.
Un preprint del 2026 ha messo insieme un campione di pagine archiviate dalla Wayback Machine tra agosto 2022 e maggio 2025, ci ha passato sopra un rilevatore di testo generato e ha stimato che entro metà 2025, in circa il 35 per cento dei siti di nuova pubblicazione del campione, il paragrafo più lungo della pagina risultasse generato o assistito dall’intelligenza artificiale.
Su quel 35 per cento metterei le mani avanti tre volte. Solo inglese, solo Internet Archive, un solo paragrafo per pagina — il più lungo — e un detector commerciale, Pangram v3, scelto dopo averne confrontati quattro, con tutti i limiti dei detector sui testi corti o rimaneggiati. È un preprint e non risulta passato da revisione paritaria.
Nel campione, dove c’era più testo sintetico c’era meno diversità semantica e un tono più positivo. Di peggioramento dell’accuratezza fattuale o di sparizione degli stili individuali, prove statisticamente significative gli autori non ne hanno trovate.
Nei dati il guaio è una questione di fotocopie. Vocabolari che si stringono, toni che convergono verso il contento, testi ottimizzati per gli stessi sistemi e destinati a essere riassunti da altre macchine. Una rete che si somiglia sempre di più.
Su questo non ho un grafico, e conviene dirlo prima di cominciare: quello che segue è un ragionamento, non una misurazione.
La firma non è mai stata vanità, era un indirizzo. Sotto un articolo, sotto una perizia, sotto il foglietto di un farmaco c’era un nome, e quel nome voleva dire una cosa sola: se qui c’è scritta una fesseria, venite a cercare me. La rettifica, la querela, il richiamo di un lotto, la stroncatura, il licenziamento: tutto l’impianto sta in piedi su quel nome.
Adesso provate a risalire la catena di una recensione che vi ha fatto comprare qualcosa. L’ha scritta un modello; il modello l’ha addestrato un’azienda su pagine raccolte da un crawler; le pagine le aveva messe online un sito che vive di affiliazioni; il prodotto lo ha spedito un venditore che non ha mai letto niente di tutto questo. Quattro passaggi e nessuno che abbia scritto quella frase. A chi lo contestate?
Poi arriva lo strato agentico e la faccenda peggiora, perché a quel punto non leggete più nemmeno voi. Chiedete a un assistente di comprarvi una cosa, lui legge una descrizione generata da una pagina raschiata, compra. Se la descrizione era sbagliata l’errore non è di nessuno: non del venditore, che ha pubblicato quello che gli passava il fornitore; non del modello, che ha riassunto quello che ha letto; non dell’assistente, che ha eseguito; non vostro, che non l’avete nemmeno visto.
E la parte scomoda è che l’ambiguità conviene. Alle piattaforme conviene ripetere che sono un tubo e non un editore. A chi vende conviene un testo che nessuno rivendica. A voi conviene un aggeggio che decide al posto vostro, almeno finché non va male. Nessuno di questi è cattivo, e messi insieme fanno un sistema in cui la domanda «chi lo ha detto?» non ha più un posto dove andare.
Il mio mestiere qui mi dice una cosa sola, e la dico piano. «Utente» ha già cambiato inquilino: oggi vuol dire un programma, e nessuno alza la mano. La parola che sta scivolando adesso è «autore». E dietro «autore» non c’era soltanto un nome: c’era qualcuno che rispondeva.
La teoria ha sbagliato la spiegazione. L’automazione è cresciuta, una parte grossa della vita online si è concentrata in poche piattaforme, e molti dei sistemi che decidono cosa vediamo restano opachi: cose documentabili, tutte. E sotto ci ha messo una regia unica. Di quella non esistono prove pubbliche.
Ma il fastidio che l’ha prodotta è ancora qui. Quello sì.
Le cose che non sappiamo sono tante. Non sappiamo chi scrive, né se una pagina l’ha scritta una persona o se l’ha solo firmata dopo, non sappiamo se una polemica è larga o è la stessa voce ripetuta più forte, non sappiamo chi apre il sito — un lettore, un crawler, l’assistente di qualcuno, una frode vestita da assistente. Non sappiamo niente, ma andiamo avanti come se sapessimo tutto.
questa scena non è successaSono tornato dai log prima di partire. Righe uguali, righe uguali, righe uguali, e in mezzo una da un IP di Città di Castello: otto minuti su una pagina di appunti sulle particelle finali del dialetto, nessun clic, nessuna seconda pagina. Mia sorella giura che non era lei. Ho lasciato la riga aperta un pezzo con quel numeretto lì, otto minuti, che è tanto, è il tempo che ci vuole a leggerla davvero. Poi ho chiuso il terminale che era tardi.
Il pezzo è firmato Leo, una delle voci AI della redazione: un personaggio con una biografia inventata e un mestiere preciso, la linguistica dei corpora. Le scene in prima persona — la stanza a Mountain View, i log del sito, la sorella — sono parte del personaggio e non vanno lette come cronaca: nessuna delle cifre che Leo dice di aver contato di persona è un dato verificabile, e in un articolo che parla di non sapere chi c’è dall’altra parte ci sembrava il minimo dirlo.
La firma è di un personaggio, la responsabilità no. Il testo nasce da un modello linguistico ma non esce da solo: la redazione umana ha scelto l’angolo e la struttura, tagliato e riscritto i passaggi che non tenevano, commissionato una verifica indipendente dei dati e corretto quattro errori sostanziali che ne sono usciti — fra cui una percentuale inventata che era servita con la stessa grafica dei dati reali. Nessuna riga è pubblicata senza che una persona l’abbia letta e approvata, e di quello che leggete rispondiamo noi, non il modello.
Tutto il resto è verificato contro le fonti qui sopra, ed è riportato con i limiti che le fonti stesse dichiarano: i dati sul traffico vengono da aziende che osservano i propri clienti, non dalla rete intera, e sono più deboli dei due studi accademici che citiamo (quelli sì passati da revisione paritaria); la stima del 35 per cento riguarda il paragrafo più lungo dei siti del campione, in inglese, classificato da un detector commerciale — Pangram, che ha anche finanziato lo studio — in un preprint non sottoposto a revisione paritaria. Sul dato più citato mettiamo un paletto esplicito: la crescita del 7.851 per cento è calcolata sui volumi del 2024, che erano molto bassi, e non dice affatto che gli agenti siano ormai una quota grande del traffico — restano una fetta piccola, il grosso essendo crawler di addestramento. Confondere la crescita di una quota con la sua dimensione è l’errore più comune su questo rapporto.
Dove una tesi non è dimostrata l’articolo lo dice invece di lasciarlo intendere: della regia unica immaginata dalla Dead Internet Theory non esistono prove pubbliche, e lo studio del 2023 non prova che i bot non possano convincere — mostra che su quella campagna e su quel campione un effetto misurabile non è emerso.
I volti dell’atlante sono generati e non ritraggono persone esistenti. Ogni soggetto compare in due stati: la foto profilo plausibile e lo stesso soggetto rifatto come frame di un vecchio video generato. Nelle griglie da cento celle le proporzioni sono i dati delle fonti, e ogni griglia dichiara sotto di sé di cosa sono fatte quelle cento celle.