KANSEIFUORI FORMATO · 005RAFFAELE ALBERTO VENTURA
2018 → 2026

QUESTA GUERRACULTURALEL’AVEVO GIÀ VISTAARRIVARE

Un estratto da La guerra di tutti di Raffaele Alberto Ventura

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01 / ACCADEMIA

Le parole entrano nell’aula come regole di convivenza.

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Quando ogni cosa rischia di essere percepita come un’aggressione…

SINISTRA
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…ogni spazio rischia di trasformarsi in un campo di battaglia.

DESTRA
POLARIZZAZIONEIL LIBRO SI APRE IN DUE.
02 / IL CANONE

ALLAN
BLOOM

La chiusura della mente americana, 1987

Allan Bloom
«La tolleranza è una forma di indifferenza al vero e al falso.»
FOTO: JONATHAN BELOVER / PUBBLICO DOMINIO
03 / LA GUERRA GIUSTA

MICHAEL
WALZER

Guerre giuste e ingiuste, 1977

Michael Walzer
«Aggressione è il nome che si dà a quel crimine che è la guerra.»
FOTO: U.S. NAVAL ACADEMY / PUBBLICO DOMINIO
UN TESTO DEL 2018

Nel 2018, mentre lavorava al libro che sarebbe uscito l’anno successivo, Raffaele Alberto Ventura descriveva safe space, microaggressioni e trigger warning come i segni di un conflitto permanente. Oggi quelle stesse questioni sono tornate al centro del dibattito. Un estratto da La guerra di tutti.

«In un’epoca di tensioni latenti, nulla è abbastanza futile da non rischiare di avere conseguenze drammatiche.»

Alla fine della quinta puntata della serie tv Dear White People, ambientata in una prestigiosa università americana sullo sfondo di tensioni tra borghesia bianca e borghesia nera, un gruppo di ragazzi balla e canta a una festa in un appartamento. A un certo punto parte il pezzo «Trap Niggas» del rapper Future e un ragazzo bianco, Addison, inizia a cantarlo, ripetendo più volte quella che negli Stati Uniti viene ormai chiamata la «parola con la enne». Un ragazzo nero, Reggie, gli chiede gentilmente di non usarla, ma Addison letteralmente non capisce la richiesta: la parola è usata nella canzone e lui non la usa certo con intento razzista.

La discussione, fondata su un’incomprensione di base, poco a poco degenera in litigio che coinvolge altri ragazzi bianchi e neri, e da lì in un principio di rissa, finché, attirati dalla confusione, arrivano i poliziotti che naturalmente prendono subito di mira il nero e uno di loro, in un gesto frenetico, gli punta contro la pistola. In quel momento sul volto di Reggie non si leggono più soltanto la rabbia e l’umiliazione, quella di un borghese nero che nemmeno i soldi di famiglia mettono al riparo dall’arbitrio di un razzista col distintivo, ma la pura e semplice paura di finire sparato come tanti altri «fratelli» del ghetto. È evidente la sproporzione tra le cause futili di questa situazione e il suo esito drammatico, ma forse sta proprio qui l’insegnamento.

In un’epoca di tensioni latenti, nulla è abbastanza futile da non rischiare di avere conseguenze drammatiche.

E per quanto assurda potesse sembrare (perlomeno al lettore bianco) la richiesta di Reggie, lo sviluppo degli eventi sembra avergli dato in qualche modo ragione.

«Ci sono gesti e parole che devono essere neutralizzati.»

Come si fanno coesistere sullo stesso territorio gruppi umani con interessi divergenti, qualora non si riesca a superare alla radice quelle divergenze? Come si evita che delle tensioni latenti si alimentino a vicenda e si inaspriscano al punto da produrre conseguenze sulla vita delle persone? Da principio il politicamente corretto non era una brutta idea. Nasceva dalla necessità di intervenire sugli effetti degli atti linguistici. È il grande insegnamento delle guerre di religione del Cinquecento: ci sono gesti e parole che devono essere neutralizzati.

Ma occorrono regole chiare e uniformi per tutti se non vogliamo che il politicamente corretto resti, com’è spesso oggi, una forma di «galateo» che serve soprattutto a distinguere chi padroneggia certi codici (perché ha studiato cultural studies e guarda le serie tv alla moda) da chi «parla come mangia».

La concezione moderna dell’opera d’arte è interamente debitrice degli sforzi politici sviluppati dai primi decenni del Cinquecento per regolare i rapporti civili e dare vita a uno spazio pubblico pacificato, spostando i conflitti fuori dalle mura della città, fuori dalle frontiere, lontano dai centri economici e culturali. A questo fine è stato necessario stralciare dall’attività artistica ogni aspetto potenzialmente conflittuale, introducendo una serie di condizioni più o meno vincolanti che servissero a costituire un evento pubblico e legittimo e moltiplicandone le soglie: cornici, palchi, licenze, registri. Il fenomeno risulta così circoscritto e la sua violenza neutralizzata, convogliata in una cosa nuova e più alta, caratterizzata da una dimensione catartica: l’arte. Eppure queste soglie non sono mai totalmente impermeabili.

Uno degli effetti della trasformazione dell’ecosistema informativo nell’ultimo ventennio è di avere definito una condizione di iperpubblicità, nella quale i segni si trovano a circolare senza i marcatori di contesto, e in particolare quelli che dovevano servire alla funzione di neutralizzazione degli effetti mimetici.

Questo è evidente con le parodie che diventano fake news e con le vignette blasfeme. La scena di Dear White People, invece, mostra quello che accade quando un segno viene gettato nella mischia senza che sia chiaro a tutti quale sia il codice interpretativo (e pragmatico) che deve essere impiegato per decodificarlo, attivarlo o disattivarlo.

In principio, dicevamo, il politicamente corretto non era per niente una brutta idea; cinque secoli più tardi, tuttavia, le cose hanno iniziato a degenerare e il politicamente corretto è diventato un incubo.

«Invece di pacificare, fornisce nuovi e infiniti pretesti di conflitto.»

Non soltanto delimita degli spazi in cui sembra ormai impossibile dire alcunché (ad esempio i cosiddetti safe spaces delle università americane), ma per giunta fallisce nella sua funzione primaria. Invece di pacificare, fornisce nuovi e infiniti pretesti di conflitto.

Individuando vittime a tutti i livelli, individuando aggressioni e microaggressioni dietro ogni scambio comunicativo, il politicamente corretto ha finito per diventare una teoria della «guerra giusta» alla portata di chiunque.

Formati nelle grandi università nel cuore dell’Impero, i Tartuffe dei nostri tempi misurano il proprio valore mettendo alla prova le competenze linguistiche necessarie per districarsi nelle sottilissime maglie di una neolingua spesso incoerente.

In un certo senso, il dibattito pubblico mondiale è stato preso in ostaggio dai dibattiti sul multiculturalismo prodotti nel trentennio precedente in seno al mondo universitario e alla blogosfera liberal, dove erano appunto stati teorizzati i concetti di «safe space» e di «trigger warning»; in pratica l’idea che le minoranze devono essere messe al riparo da tutto ciò che rischia di offenderle o provocarle. Il problema è che l’elenco dei trigger (grilletti) è soggettivo e potenzialmente infinito. E nel momento in cui si decide di rendere safe la stampa o l’università si mette in crisi la loro capacità di trasmettere ed elaborare il sapere.

È il dilemma del politicamente corretto, che a forza di ellissi e di eufemismi rischia di restituirci un racconto della realtà totalmente privo di senso.

A contestare questo sistema fu per primo Allan Bloom, professore all’Università di Chicago, che nel suo La chiusura della mente americana del 1987 denunciava la situazione della cultura accademica erosa dal relativismo. Secondo Bloom, la cosiddetta tolleranza è una forma di indifferenza al vero e al falso, al giusto e allo sbagliato.

L’effetto collaterale della politica del riconoscimento era insomma una sorta di «lottizzazione» della vita culturale.

L’urgenza di accontentare tutti aveva prodotto un sistema che falliva nella missione fondamentale, ovvero trasmettere degli strumenti di conoscenza. Tra questi strumenti ci sono anche quei principi di convivenza civile forgiati in secoli di storia europea.

È scontato che un insulto a sfondo razziale, religioso o sessista possa «triggerare» una reazione. Ma che dire invece di una banale gaffe come chiedere a una persona dai tratti orientali se sia nata all’estero? Nelle guide distribuite agli studenti nelle università americane questo comportamento – inevitabile attrito prodotto dalla coesistenza multietnica – viene indicato come esempio di microaggressione. Il mondo del politicamente corretto è popolato da potenziali vittime che chiedono riconoscimento, rivalsa e risarcimento.

Evidentemente la solerzia con cui le istituzioni erogano gratificazioni simboliche (per quelle minoranze delle minoranze che vanno all’università e per quelle maggioranze col senso di colpa facilmente gestibile) serve a compensare l’incapacità di risolvere problemi sociali più radicati; come se l’ennesimo convegno su razza & gender potesse cancellare le violenze poliziesche quotidianamente subite dagli afroamericani.

«Quando ogni cosa rischia di essere percepita come un’aggressione, ogni spazio rischia di trasformarsi in un campo di battaglia.»

Come ha ben mostrato Daniele Giglioli nella sua Critica della vittima, oggi la condizione di vittima è diventata un criterio fondamentale per essere presi in considerazione nel dibattito pubblico. Si arriva così all’assurdo di maschi bianchi eterosessuali che, pur di prevaricare sul proprio interlocutore, si accusano vicendevolmente di essere maschi bianchi eterosessuali, fieri di avere individuato con tanta perspicacia il punto debole dell’argomentazione altrui; mentre ormai persino i maschi bianchi dell’alt-right americana rivendicano la loro condizione di vittime a fronte della «dittatura del politicamente corretto». Sono davvero queste le basi in grado di tenere assieme la società multiculturale?

Quando ogni cosa rischia di essere percepita come un’aggressione, ogni spazio rischia di trasformarsi in un campo di battaglia.

Il termine scelto è indicativo. «Aggressione è il nome che si dà a quel crimine che è la guerra», secondo il filosofo Michael Walzer, che alla dottrina militare ha dedicato nel 1977 un testo ormai classico, Guerre giuste e ingiuste. Se crediamo al senso delle parole, individuare una microaggressione significa porre le basi per una reazione legittima nel contesto di una microguerra – presumibilmente quella, secolare, dei maschi bianchi eterosessuali contro le minoranze.

Non è un caso che i più accaniti difensori del politicamente corretto in America vengano chiamati dai loro avversari «Social Justice Warriors»: poiché dietro le loro rivendicazioni c’è l’idea di un conflitto già aperto, una guerra permanente il cui nome è ingiustizia.

Ma la guerra contro l’ingiustizia è una guerra senza fine – una guerra che chiunque può dichiarare a chiunque, in ogni momento.

Se il secolo delle guerre di religione ci ha insegnato qualcosa è che non c’è pace possibile fintanto che la questione della giustizia, in senso morale, non viene dissolta.

E d’altra parte il potere sovrano deve essere riconosciuto come giusto, o perlomeno neutrale, per essere legittimato a operare nella sua funzione di arbitro: l’ordine si fonda necessariamente sulla rinuncia da parte di ogni gruppo sociale, a partire da quello maggioritario, a imporre i suoi valori e i suoi fini ultraterreni, insomma a immanentizzare l’eschaton. Fosse anche l’eschaton della modernità.

FINE / 2018

Un estratto da La guerra di tutti, minimum fax, 2019.

RAFFAELE ALBERTO VENTURA
Raffaele Alberto Ventura
CONTRIBUTOR

È un saggista italiano. Scrive sul quotidiano Domani e sulla rivista francese Esprit. Nei suoi libri ha analizzato le contraddizioni della modernizzazione con particolare attenzione agli effetti dell’accumulazione di capitale simbolico e la ricerca del riconoscimento