Il senso delle cose
Human LayerOpinionigiugno 2026

L'America è diventata un arto fantasma

L'America che credevamo di conoscere non c'è più, ma continuiamo a sentirla. Giancarlo Loquenzi sul dolore fantasma di un punto di riferimento amputato

Giancarlo Loquenzi
L'America è diventata un arto fantasma

Ogni volta che accendo il pc provo una fitta al mio arto fantasma. Da anni ho una foto della Monument Valley come salvaschermo e ogni mattina, quando mi metto al lavoro, per un attimo penso che quella strada dritta nel deserto tra Arizona e Utah sia ancora lì dove me la mostra la foto sullo schermo. È da più di un anno il frutto della mia personale allucinazione.

Mi perseguita a ogni ora del giorno o della notte e si manifesta nei modi più subdoli e dolorosi. Un amico mi invita alla sua cerimonia di laurea a Stanford e il mio primo riflesso è “vado!”, poi quella stessa fitta mi ricorda che non c’è più Stanford, non c’è più la California e forse non c’è più neppure il mio amico. Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi dall’allucinazione, respiro, sgranchisco le gambe, chiudo gli occhi e mi concentro sul mio nuovo mondo.

Ma non è facile: il mio cervello continua a mantenere attiva la mappa neurologica (e geografica) dell’arto mancante, i nervi mandano segnali anche se ormai privi di stimoli, e la plasticità cerebrale completa l’inganno, facendomi credere quello che non esiste.

Qualche giorno fa cercavo un volo per il Messico — in realtà ero tentato anche dal Canada, una specie di doppio surrogato americano — ma i prezzi erano veramente troppo alti. Poi all’improvviso Skyscanner mi segnala un volo a buon mercato. Ero a un passo dal prenotare quando mi sono accorto che faceva scalo a Dallas. Ci sono cascato di nuovo, prima un prurito, poi un bruciore, infine un dolore acuto proprio lì, dove prima c’era l’America.

Magari potessi fare scalo a Dallas e risparmiare qualche centinaio di euro sulla strada per il Messico: quella città che Skyscanner mi mostra in modo così invitante non c’è, è solo il ricordo ingannevole di una abitudine estinta. Provo a prendere un’aspirina ma so che non basterà.

L’America mi è stata amputata il 20 gennaio 2025 ma io la sento ancora al suo posto. A dire il vero già nel 2017 qualcosa aveva cominciato ad andare storto. Strani dolori durante la notte, formicolii. Ho cominciato a preoccuparmi quando ho avuto problemi a muoverla: sfuggiva al mio controllo, si nascondeva, si inalberava, faceva strani rumori. Mi dicevo: “sarà mica un ictus?”. Poi sono stato un po’ meglio per alcuni anni, pensavo fosse tutto risolto, invece niente. Dallo scorso gennaio tutto è ricominciato a livelli strazianti. Ho visitato vari specialisti, fatto ogni genere di analisi ma alla fine la prognosi è stata infausta: bisogna per forza amputare.

Non ci potevo credere, dicevo a tutti: ci deve essere un’altra soluzione, come faccio a vivere senza l’America, è una parte di me, non ci posso rinunciare. Ma alla fine ho dovuto cedere: tagliate netto e preciso e non se ne parli più. Ma è proprio qui che mi illudevo. Pensavo che con l’amputazione tutto si sarebbe risolto. Certo all’inizio mi aspettavo il trauma, ero pronto a una lunga riabilitazione, ma gli esperti mi dicevano che alla fine mi ci sarei abituato. “Oggi ci sono fior di protesi” mi dicevano e io lì a credergli.

Invece fin dal primo risveglio l’America era ancora lì, o almeno questa era la mia allucinazione. La sensazione che mi fosse rimasta attaccata, con tutto il suo seguito di dolori, scosse, pruriti era più che reale. I segnali nervosi erano ancora accesi, bastava un libro, un film, una notizia, una foto ed ecco di nuovo l’America al mio fianco. Mi parla dai libri, dai film, dai notiziari; qualche volta è una sensazione calda, confortevole, quasi d’amore, altre è un fastidio, un imbarazzo, una disperazione.

Mi consola il non essere solo. La sindrome è diffusissima, colpisce anche capi di Stato e di governo, interi paesi in preda alla stessa allucinazione. Tutti convinti che l’America sia ancora al suo posto, lì per noi come sempre. Quanto alle protesi sono ancora allo studio, saranno di certo molto costose, anche se sono in tanti a credere che per qualche strano miracolo le cose possano tornare come prima. Io non ci credo, sono già in lista di attesa per il trapianto.

Giancarlo Loquenzi
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