Il meccanismo ormai è riconoscibile: un amministratore locale cura le aiuole del centro, registra un video, pronuncia la parola rivoluzione e nel giro di un pomeriggio la sinistra italiana ha trovato il suo prossimo volto.
La sinistra usa Instagram come un casting. Scorre i profili, prova le luci, cerca quello giusto: qualcuno che sul palco sembri autentico, nelle storie appaia umano e nei post non assomigli a un comunicato stampa tradotto dal burocratese. Lo cerca con la stessa ansia con cui si cerca un appartamento a Milano: presentabile, sostenibile e possibilmente senza sorprese strutturali.
Anche il repertorio è diventato prevedibile. Il mercato rionale, con i pomodori toccati come reperti archeologici; il libro letto in treno, con la copertina rivolta verso l’obiettivo; il cane incontrato per strada; il caffè bevuto al bancone; la foto con la nonna, che ha quasi sempre l’aria di essere stata svegliata per l’occasione. Cambiano le facce, ma il filtro caldo e la luce da aperitivo restano gli stessi. La caption finge spontaneità e spesso odora di agenzia.
Giorgia Meloni questo problema non ce l’ha. Meloni è già il volto. Lo è diventata quando molti ancora la consideravano una presenza folkloristica della destra italiana, quando i suoi video sembravano quelli di una zia che aveva scoperto TikTok e non riusciva più a smettere. Nel frattempo ha occupato l’intero schermo. La si può contestare sul governo, sui risultati o sulle scelte politiche, ma nessuno ha bisogno di domandarsi chi sia, cosa rappresenti o quale personaggio interpreti.
I suoi avversari, invece, continuano a fare audizioni. Negli ultimi anni hanno cercato l’affidabilità in Stefano Bonaccini, la discontinuità in Elly Schlein, la popolarità in Giuseppe Conte. Ogni figura viene presentata come la possibile soluzione, sottoposta a qualche settimana di sovraesposizione e infine accantonata in attesa della successiva.
In aprile è arrivato il turno di Silvia Salis. Bloomberg le ha dedicato un lungo profilo, presentandola come «il nuovo volto dell’Italia» e una possibile candidata contro Meloni. Sindaca di Genova, ex martellista olimpica, quarantenne e fotogenica: sembrava uscita direttamente dal brief. Salis ha ammesso che sarebbe falso dire che non prenderebbe in considerazione una richiesta unitaria del centrosinistra. Ha poi ricordato di essere stata eletta per governare Genova per cinque anni e di non voler abbandonare il mandato.
È sempre così. Qualcuno emerge, i giornali domandano se sia finalmente arrivata la svolta e il centrosinistra si mette a misurarne la fotogenia, la moderazione, la radicalità e il potenziale elettorale. Tre settimane dopo ricomincia a scorrere.
Il campo largo, in fondo, è il modo in cui la sinistra dice di non avere ancora trovato un volto.
Meloni ha capito prima degli altri che Instagram è soprattutto occupazione dello spazio. Bisogna esserci sempre, anche quando si tace, perché siano gli altri a continuare a parlare di te. La politica diventa così una questione di riconoscibilità prima ancora che di persuasione. Un’identità netta, anche quando divide, funziona meglio di un’identità costruita per non disturbare nessuno.
Il centrosinistra sembra invece convinto che, trovata la faccia giusta, arriveranno anche le parole, la coalizione e il programma. Eppure un profilo Instagram perfetto abbinato a una proposta politica sfocata assomiglia a un ristorante con un’insegna bellissima e il menù in Comic Sans: ti siedi, ordini e al primo boccone capisci che l’investimento è andato tutto sulla facciata.



