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I twink della cultura non sono seri ma vogliono essere presi sul serio

Edoardo Prati, Riccardo Pedicone, Giorgiomaria Cornelio e gli altri

Manuel Peruzzo
Manuel Peruzzo
Direttore editoriale
I twink della cultura non sono seri ma vogliono essere presi sul serio

Quando ho cominciato a scrivere sui giornali, i giornali erano già morti, che è poi il motivo per cui potevo scriverci. Come dice un'amica, sono nato troppo tardi per godermi le vacche grasse e troppo presto per avere dimestichezza nel riprendermi mentre faccio colazione e monologo di politica estera dalla cameretta.

A vent’anni passavo il tempo a scrivere i cazzi miei sui social, cose che oggi non direi neppure in privato. Mi sono reso ridicolo molte volte, sempre senza successo: gratuitamente. Per questo, quando vedo i nuovi barbari, mi sembrano molto simili ai vecchi. Solo più bravi a monetizzare.

La premessite era d'obbligo, visto l'argomento. Oggi c’è una piccola generazione di ventenni e trentenni, quasi tutti maschi twink riccioluti, dotati di parlantina, che ha capito una cosa: nessuno ha voglia di leggere, ma esiste una prateria di persone disposte a guardare qualsiasi cosa. Guardano persino gli spurghi, figurati se non ascoltano una poesia per sentirsi più colte senza fare la fatica di aprire un libro. (Le attività d'intrattenimento passivo battono quelle d'intrattenimento attivo, non è che prima di internet la gente imparava a suonare uno strumento o leggeva poesie, guardava la tv, giocava ai videogiochi, fissava il mimo per strada).

Come i ventenni di dieci o quindici anni fa, anche loro sognano le istituzioni culturali: i giornali, la televisione, le grandi case editrici, i festival. La differenza è che oggi quelle istituzioni contano ancora meno, e quindi ci entrano con più facilità, perché portano tre cose che gli intellettuali tradizionali spesso non portano più: il pubblico, il pubblico, il pubblico.

L'inizio del declino fu nel 2011, quando i trenta-quarantenni del movimento TQ firmavano manifesti e chiedevano spazio nella vita culturale italiana. Promettevano di difendere la qualità letteraria indipendentemente dal successo commerciale. Qualcuno ha poi diretto festival o vinto premi, molti altri sono sopravvissuti guadagnando sempre meno nel mondo editoriale, comunque sempre preferibile a lavorare: mentre scrivo, due operai si alternano nel mio sottotetto arroventato respirando polvere isolante. L'AI non li sostituirà.

Quindici anni dopo gli accorati appelli contro il neoliberismo selvaggio e la cultura come merce, gli stessi ambienti culturali sono costretti ad applaudire persone salite sul palco proprio perché hanno follower e visualizzazioni. E quindi accanto ai novantenni si sono seduti i ventenni. Poteva una nazione che feticizza nonni e nipoti avere un ricambio generazionale diverso?

Mi è capitato di lavorare per uno di quei canali Instagram che fanno divulgazione per persone che non hanno alcuna intenzione di leggere. Un giorno il mio capo arriva e mi mostra l’ennesimo genio. Cioè uno che s'era inventato un mestiere grazie alla divulgazione online. Se non produci contenuti, sei uno spettatore.

Questo tizio è un twink giovanissimo, sveglio, ha i riccioli, un bell’aspetto e sa parlare. È Edoardo Prati.

Lo trovavo insopportabile. Tutti in redazione impazzivano per lui. Ricordo che condivisi un suo video scrivendo: «Ma non può drogarsi come tutti quelli della sua età?», sentendomi molto spiritoso. Qualcuno mi spiegò che aveva un’agenzia alle spalle. È la formula con cui nelle redazioni si dice che una persona è diventata irraggiungibile: quelli delle agenzie chiedono più soldi, impongono regole, complicano qualsiasi collaborazione. Io alla sua età avevo un blog.

Nel frattempo Prati cresceva. Si faceva persino crescere i baffetti. Passava da Fazio, da Repubblica, dai festival ai teatri. Insomma, si preparava a diventare il prossimo ministro della Cultura. Io ancora lì a scrivere che prima o poi lui e gli altri ventenni colti avrebbero votato Vannacci. Scusami Edoardo, non eri tu. Sono io.

All’inizio pensavo mi infastidisse il suo modo di parlare, il birignao dello studente che imita i professori. Poi ho pensato fossero le banalità (ma lo erano per me, non per uno così giovane, semplicemente non ero il suo target).

Infine ho capito che non era Prati a darmi fastidio. Erano i miei colleghi, il mio capo, qualunque fanatico commentasse sotto i suoi video: «Sei un genio». Probabilmente avrei pensato che pure Umberto Eco era un coglione se si fosse messo in cucina a fare l'opinionista in video.

Comunque, i ragazzi ci piacciono soltanto se dimostrano novant’anni. Se al posto dello smartphone tengono in mano un libro ci sembra di assistere a un miracolo.Mica ce l’avevo con Prati. Ce l’avevo con gli spettatori.

Non sono d’accordo con Irene Graziosi quando sostiene che a impedire a questi ragazzi di essere presi sul serio sia soprattutto il personaggio che hanno costruito sui social. La cultura italiana degli ultimi quarant’anni è stata piena di personaggi, specialmente in televisione. Quante volte abbiamo detto che oggi Pasolini sarebbe finito al posto di Gianni Sperti a Uomini e Donne?

Il problema non è che sono personaggi. È il tipo di personaggio che hanno scelto di diventare. Si presentano come nuovi barbari, ma sono dei tradizionalisti culturali la cui idea di cultura è: i classici, il teatro, la grande casa editrice, la televisione generalista, il festival letterario, il professore che alla fine dice bravo. Sono impiegati ministeriali. Che è poi il motivo per cui quando vanno in tv si vestono come gli sportivi quando vanno a Sanremo, come i nostri nonni si vestivano la domenica per far bella figura.

Vogliono essere riconosciuti come intellettuali secondo criteri stabiliti dagli adulti, non inventarne altri. Anche quando parlano con il lessico della rivolta, offrono una divulgazione senza graffi, compatibile con i festival, con Fazio, con le pagine culturali e con il pubblico che vuole sentirsi rassicurato dal fatto che esistano ancora ragazzi capaci di citare Lucrezio.

Le istituzioni culturali non vedono arrivare dei nemici, ma dei bravi bambini cresimati: giovani abbastanza da portare pubblico, vecchi abbastanza da non mettere davvero in discussione nulla.

Raffaele Giuliani è diventato riconoscibile interpretando un Cacciari con i tatuaggi, vestito da Funari. Il suo personaggio sembra costruito per restituire in forma di monologo l’unione dei commenti lasciati sotto le card delle notizie: l’attivista di sinistra. A qualcuno ricorda Sgarbi, ma neppure lo Sgarbi catatonico post depressione è così privo di vitalità. Sgarbi è diventato famoso perché fustigava il suo pubblico, questo Giuliani lo liscia.

Giorgiomaria Cornelio, a cui tutti sbagliano il nome, parla con quel vocabolario universitario per cui bisogna sempre “abitare lo spazio”, “abitare il problema”, “stare nel problema”. Fateci caso, a questi giovani colti piace sempre Battiato, Amanda Lear e poi la sinistra armata. Ti dicono col sorriso che apprezzano Margherita Cagol. Pensa se uno venisse da te a dirti che gli piacciono i Joy Division e Totò Riina.

Riccardo Pedicone, una specie di Baricco Gen Z uscito da Stranger Things, intervista gli scrittori in un podcast che si chiama Felici Pochi, insieme ad altre due conduttrici. A 15 anni lascia la scuola e incontra Don Alberto Ravagnani (che nel frattempo ha lasciato il sacerdozio ed è diventato una muscoloca come tanti altri), e finisce a vivere in oratorio a Busto Arsizio. Praticamente il suo Don Mazzi. Pedicone poi cresce, fonda una sua associazione culturale, trasforma quella voglia di comunità in voglia di community. Anche qui, ma che gli vuoi dire a dei ragazzi che amano la letteratura anziché stare tutto il tempo su Hinge a cercare di non scopare?

Dopo un articolo di Andrea Minuz e Michele Masneri sui “baby opinionisti”, Prati ha risposto con un carosello Instagram. Ha scritto che loro, a differenza dei giornalisti e degli scrittori adulti, vengono “presi, venduti e buttati nel cestino“. Che invece di trovare pagine da scrivere hanno trovato contratti (si asciugherà le lacrime coi bonifici). Che, se smettono di imboccare l’algoritmo o rifiutano di correre nudi all’orizzonte per promuovere una raccolta di poesie, vengono eliminati (non certo Cornelio, che è più biotto di Pasolini, e a me sta bene così).

Prati sembra immaginare che quelli arrivati prima di lui abbiano trovato editori pronti a formarli e giornali disposti a investire sul loro talento. Alcuni forse sì. Molti hanno trovato redazioni senza soldi, collaborazioni sottopagate e nessuno che correggesse un refuso. Se prima il buco in pagina esigeva un collaboratore sottopagato, ora c'è di meglio a far da riempitivo, c'è uno che arriva già col suo pubblico.

La cosa più deludente per me è che ai ventenni di oggi non basta vendere migliaia di copie in più dei giornalisti, vogliono essere presi sul serio.

Forse è davvero una generazione sfortunata. Non so dire se più la mia o la loro.

Manuel Peruzzo
Manuel Peruzzo
Direttore editoriale

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