Per mostrare a qualcuno una conversazione con Claude basta premere “Condividi”. Il sistema crea una fotografia della chat e un link che chiunque può aprire. Alcuni utenti hanno scoperto che quel “chiunque” comprendeva anche Google e Bing.
Nel fine settimana, ricerche mirate hanno fatto emergere numerose conversazioni e creazioni realizzate con Claude. Tra i risultati esaminati dai giornalisti c’erano richieste di consigli politici, dubbi etici e legali, giochi di ruolo erotici, documenti e applicazioni costruite con la funzione Artifacts. Le normali chat private non erano state violate: si trattava di contenuti che gli utenti avevano trasformato in link pubblici, probabilmente senza immaginare che sarebbero diventati cercabili.
Anthropic aveva inserito nel proprio file robots.txt l’indicazione di non visitare le pagine condivise. Mancava però il comando noindex sulle singole pagine, quello che Google e Bing raccomandano per impedire che un indirizzo già scoperto finisca nei risultati. Il link non era facile da indovinare, ma poteva essere trovato dai motori di ricerca quando veniva pubblicato altrove sul web.
Dopo le segnalazioni, le chat non comparivano più nelle ricerche effettuate da WIRED su Google. Bing continuava invece a mostrare circa seicento risultati. Le pagine controllate dalla testata erano ancora prive del comando necessario a escluderle esplicitamente dall’indicizzazione.
Anthropic ha ricordato che le conversazioni sono private per impostazione predefinita e che, quando viene creato un link pubblico, chiunque possieda quell’indirizzo può vedere tutti i messaggi precedenti alla condivisione. È corretto tecnicamente, ma non risolve l’equivoco: per molte persone «chiunque abbia il link» continua a significare «solo le persone a cui l’ho mandato».
La funzione aveva trasformato una conversazione privata in una pagina web. Il problema è che non aveva spiegato abbastanza bene che una pagina web, prima o poi, può imparare a farsi trovare.



