Una giornalista del Guardian ha caricato un selfie su Epica, un servizio che promette di analizzare il volto attraverso l’intelligenza artificiale. Il sistema ha assegnato alla salute della sua pelle un punteggio del 61 per cento e ha segnalato una consistenza irregolare, accompagnando il risultato con una serie di sieri da acquistare.
La giornalista si è spostata dal punto in cui si trovava al divano e ha scattato una nuova fotografia con un’illuminazione diversa. Il punteggio è salito all’81 per cento. In pochi secondi, senza che la sua pelle fosse cambiata, venti punti di difetto erano scomparsi.
Epica dichiara di analizzare da una fotografia le condizioni della pelle, le proporzioni facciali e l’armonia dei colori. Dai risultati costruisce routine di skincare, lezioni di trucco e suggerimenti di prodotti. Non pubblica però il funzionamento dell’algoritmo: al Guardian ha spiegato che metodologia e struttura tecnica sono informazioni proprietarie.
Qoves propone un servizio più esteso. Chiede sei fotografie e afferma di misurare oltre 160 elementi, dalla proiezione del mento alla simmetria del naso, dalla densità delle sopracciglia alla forma degli zigomi. Il cliente riceve punteggi biometrici, simulazioni del proprio possibile aspetto e un protocollo per migliorarlo.
Danielle, una donna di 37 anni intervistata dal Guardian, ha pagato 330 dollari per il rapporto completo. Il documento ha valutato persino la forma delle sue orecchie e la femminilità dei suoi tratti. Le ha suggerito rinoplastica, blefaroplastica, cantopessi, impianto al mento, rimodellamento degli zigomi, filler, Botox, microblading e trattamenti per le ciglia.
La precisione dell’elenco fa sembrare il giudizio oggettivo. Ma le condizioni di Qoves specificano che l’azienda non garantisce l’accuratezza delle misurazioni e che i rapporti non costituiscono consigli medici. Ogni eventuale trattamento deve essere discusso con un professionista. Anche la premessa scientifica è più fragile di quanto suggeriscano i numeri.
Le ricerche sull’attrattività descrivono preferenze medie osservate in gruppi specifici, non proporzioni universali valide per ogni cultura e ogni persona. Uno degli studiosi citati da Qoves ha spiegato che non userebbe i propri risultati per consigliare modifiche estetiche. Altri ricercatori avvertono che i sistemi automatici rischiano di trasformare standard culturali e pregiudizi presenti nei dati in valutazioni apparentemente neutrali. Il prodotto, quindi, non è soltanto il consiglio finale.
Prima la piattaforma scompone un volto in decine di misure; poi indica la distanza da una presunta armonia; infine propone gli strumenti per ridurla. I filtri mostravano per qualche secondo come sarebbe potuta apparire una faccia diversa. Questi servizi trasformano quella differenza in un rapporto, un punteggio e un piano di acquisti.



