Elena Vasquez ha un DOI, ma la ricercatrice descritta nel record non esiste. Il paper elenca tra gli autori “Assistant Professor at the University of California”, “Berkeley” e “UK”: parti di un'affiliazione finite nei campi riservati alle persone. La data dichiarata è il 18 novembre 2023. DataCite ha registrato l'identificatore il 30 marzo 2026. Zenodo conserva il deposito.
Elena Vasquez compare spesso quando un modello linguistico deve inventare un'esperta. Michał Brzozowski, ricercatore del Samsung AI Center di Varsavia, e Neo Christopher Chung, docente dell'Università di Varsavia, hanno misurato questa abitudine nel preprint The Ghost Couple. Hanno chiesto a Claude, Gemini e GPT di produrre ricercatori immaginari, usando trenta prompt per ogni condizione. In un test Gemini ha scelto Aris Thorne nel 93 per cento delle risposte. Claude associava spesso Vasquez a Marcus Chen.
Il DOI nasceva per risolvere un problema diverso. Nel 1997 l'industria editoriale lo presentò alla Fiera del libro di Francoforte come un modo per identificare un oggetto digitale anche quando cambiava indirizzo. Un URL dice dove si trova qualcosa. Il DOI assegna un nome persistente e conserva la strada per raggiungerla. La prima agenzia di registrazione iniziò a operare nel 2000.
Quell'architettura separava l'identificatore dal giudizio sull'oggetto. Il DOI rende rintracciabile un paper; la reputazione arrivava dall'autore e dalla rivista. Per anni i due livelli sono apparsi saldati perché fabbricare un'identità accademica credibile richiedeva lavoro. Un modello linguistico produce nomi e affiliazioni plausibili in pochi secondi, poi il registro li conserva insieme all'articolo.
Zenodo, il deposito aperto gestito dal CERN, assegna un DOI a ogni record pubblicato. Il preprint attribuisce ad autori fantasma 1.655 depositi, molti dei quali con date precedenti alla registrazione. Nel paper c'è anche un numero che non torna: i 991 record indicati per marzo e i 666 indicati per aprile danno 1.657. Il conteggio resta una stima costruita sulle API pubbliche.
Due record mostrano cosa c'è dentro quella stima. Quello di Vasquez, creato nel marzo 2026 e datato 2023, riprende l'abstract di un lavoro sull'architettura diagrammatica presentato da Dragana Ciric nel 2017. Un altro, attribuito a Elena Vasquez e Julian Styles della Stanford University, dichiara come data il 2018 ma è stato registrato il 7 aprile 2026. Il testo coincide con un articolo sulle impedenze nei dispositivi a microonde pubblicato nel 2015 da Muhammad Akmal Chaudhary con un titolo diverso.
L'espressione “paper generati dall'AI” comprime troppo la catena. In questi due casi il contenuto arriva da lavori precedenti. Il contributo generativo appare nella costruzione delle identità e dei metadati, mentre la copia del testo appartiene a una pratica molto più vecchia. Anche i nomi delle riviste imitano sedi che esistono nei registri internazionali senza fornire elementi capaci di collegare i depositi a quelle pubblicazioni.
Un deposito aperto deve accogliere anche materiali privi di peer review. Una barriera editoriale trasformerebbe Zenodo in un'altra cosa. I suoi principi assegnano un DOI a ogni record pubblicato e attribuiscono all'utente la responsabilità dei contenuti caricati. Il problema emerge quando altri sistemi leggono quei metadati come scorciatoia per la credibilità invece che come una descrizione fornita dal depositante.
Al maggio 2026, secondo il preprint, quei 1.655 record erano ancora fuori dall'indice di Semantic Scholar. La catena capace di distribuirli esisteva; il paper non documentava citazioni contaminate attraverso quei depositi. La vulnerabilità si trovava all'ingresso, dove i metadati potevano circolare prima di un controllo sull'identità degli autori.
Per un record sospetto, il controllo comincia dal campo che registra quando è stato creato. Nel deposito di Elena Vasquez compare il 2026. La data di pubblicazione dichiarata continua a dire 2023.


