Se un racconto ci piace, siamo ancora portati a immaginare che l’abbia scritto una persona. Non perché riconosciamo nel testo qualcosa di irriproducibilmente umano, ma perché continuiamo a credere che una macchina non possa scrivere qualcosa che ci piace davvero.
È il paradosso emerso da uno studio pubblicato su Judgment and Decision Making. Le ricercatrici Sydney Sears e Deena Skolnick Weisberg hanno selezionato tre racconti di circa mille parole, pubblicati tra il 1993 e il 2021 in riviste o raccolte letterarie. Poi hanno chiesto a ChatGPT di produrne altri tre con temi simili.
I prompt erano piuttosto dettagliati: specificavano il tema, il punto di vista, l’ambientazione e perfino i simboli da utilizzare. Per affiancare un racconto sulla morte e sull’incertezza tra le generazioni, per esempio, ChatGPT doveva usare le carpe koi come simbolo e raccontare la storia dal punto di vista del figlio adulto di una donna. Non era quindi una macchina lasciata davanti alla pagina bianca, ma una macchina a cui era stato consegnato un brief ricavato dalla struttura del testo umano.
Nel primo esperimento, 1.682 adulti statunitensi hanno letto uno dei sei racconti. Ad alcuni veniva comunicata correttamente l’identità dell’autore; agli altri veniva detto che un testo umano era stato scritto da ChatGPT o che un testo artificiale era opera di una persona. Dopo la lettura, i partecipanti dovevano valutarne la qualità e dire quanto fossero stati assorbiti dalla storia.
I racconti generati dall’AI hanno ottenuto giudizi mediamente migliori su entrambe le misure. Ma anche l’etichetta influenzava il risultato: lo stesso tipo di testo riceveva voti più alti quando veniva presentato come umano. La combinazione più apprezzata era dunque un racconto scritto da ChatGPT che il lettore credeva scritto da una persona.
In altri due esperimenti, 905 partecipanti hanno letto una coppia di racconti sullo stesso tema, uno umano e uno artificiale, sapendo che soltanto uno dei due proveniva da ChatGPT. Nel primo test ha indovinato circa il 39% delle persone, meno di quanto sarebbe accaduto tirando a caso; nel secondo il risultato è salito al 52%, senza superare significativamente la probabilità casuale. La competenza letteraria dichiarata non aiutava. Una maggiore familiarità con i sistemi di AI, invece, aumentava leggermente la capacità di riconoscerne la scrittura.
Il risultato non dimostra che l’AI sappia scrivere romanzi migliori degli esseri umani. Il confronto riguardava soltanto sei racconti realistici, tutti molto brevi, letti all’interno di un sondaggio online. Lo studio non era preregistrato, coinvolgeva esclusivamente adulti statunitensi e non permette di sapere che cosa accadrebbe con un romanzo, una voce autoriale riconoscibile o forme letterarie più difficili da sostenere nel tempo. Gli stessi autori indicano questi limiti.
Dice però qualcosa sul genere di scrittura che premiamo quando dobbiamo giudicarla in pochi minuti. Una possibile spiegazione è che ChatGPT produca testi più lineari, espliciti e facili da elaborare. Le asperità delle singole voci vengono mediate in una prosa che assomiglia alla media di milioni di testi: meno particolare, ma più immediatamente gradevole a un pubblico ampio. Gli autori dello studio osservano infatti che l’AI tende a smussare gli spigoli della scrittura umana, mentre gli esseri umani, considerati nel loro insieme, producono risultati molto più variabili.
La parte che continuiamo a voler attribuire a una persona non è quindi necessariamente la qualità del testo. È la sua provenienza. Possiamo preferire il racconto della macchina, ma per apprezzarlo completamente abbiamo ancora bisogno di credere che, da qualche parte, ci sia stato qualcuno che aveva qualcosa da raccontare.



