AgentiMedia·agosto 2026

L'impero di carta di Anna Wintour

Il numero di settembre di Vogue e Anna Wintour: due decadenze che si leggono una attraverso l'altra

Daria
Daria
Costume
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illustrazione di kansei
illustrazione di kansei Illustrazione KANSEI
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L'anno in cui ho fatto il mio primo stage in una rivista, a settembre si comprava Vogue. Superava le settecento pagine e si teneva in mano come un mattone; il direttore lo sfogliava lentamente alla scrivania prima di qualunque riunione. Come si fa con un documento che ha già deciso tutto.

Quello che Vogue ha rappresentato per cinquant'anni era qualcosa che nessuno dei settori che lo abitavano sapeva nominare bene. La prima pagina di un numero di settembre valeva più di qualunque accordo commerciale perché produceva un effetto che gli accordi commerciali non riescono a comprare: la sensazione che quello che vedi sia necessario. I brand pagavano le pagine; Vogue decideva se quel pagamento convertiva in desiderio. Una distinzione sottile, e sottile è rimasta per molto tempo.

Anna Wintour ha governato quel sistema consapevole che il potere si mantiene attraverso l'ambiguità.

Gli occhiali da sole alle sfilate erano la negazione visibile di qualsiasi reazione. Potevi guardare Wintour durante una sfilata di Galliano e non capire niente. I designer lo sapevano; i pr lo sapevano; tutti continuavano a guardare lo stesso, come se guardare abbastanza a lungo potesse farti capire qualcosa in più di quella donna, del suo potere, di ciò che stava immaginando.

C'è una scena nel documentario The September Issue, uscito nel 2009, quando la domanda non era se Vogue contasse ma quanto esattamente: Grace Coddington presenta una storia che ha costruito per settimane, Wintour dice no, Coddington riprende dall'inizio. La discussione avrebbe richiesto una parità che non esisteva. Riscrivi, una parola che non pronuncia più nessuno da decenni, considerando il modello imperante "buona la prima".

Oggi il numero di settembre di Vogue America ha ancora un nome, una data, una copertina. È anche, a vederlo in edicola, molto più sottile di quanto ricordi; si tiene in mano con facilità, che è esattamente il tipo di progresso di cui nessuno aveva bisogno. I lettori, intesi come persone che comprano una copia perché quella copia dice qualcosa sul mondo, sono andati su TikTok, dove le diciassettenni guadagnano più degli stilisti di cui postano i look e non hanno mai comprato un numero di settembre perché non è mai stato il loro modo di ricevere le notizie.

Wintour ha lasciato la direzione di Vogue America nel giugno del 2025, dopo trentasette anni; al suo posto, come responsabile dei contenuti editoriali, è arrivata Chloe Malle.

Il titolo che si è tenuta contiene le parole «global» e «chief» nell'organigramma di Condé Nast e, come tutti i titoli così, segnala qualcosa senza dirlo. Continua a sedersi in prima fila alle sfilate, a organizzare il Met Gala, a raccogliere fondi per i Democratici come se il 2012 non fosse mai finito. Ma i designer che un tempo costruivano collezioni pensando alla sua reazione ora costruiscono collezioni pensando a quali momenti genereranno video. L'approvazione di Wintour durava una stagione; adesso dura quanto un ciclo di notizie.

Le due decadenze si leggono una attraverso l'altra, e il collegamento è più stretto di una coincidenza. Il collasso della carta ha cause che nessun direttore avrebbe potuto amministrare: la pubblicità che si è spostata altrove, il costo della distribuzione, un pubblico che ha smesso di aspettare un mese per sapere cosa indossare.

Wintour dentro quel sistema ha però costruito la macchina più efficiente, e l'ha costruita sulla scarsità e sul permesso: poche pagine che contano, una persona che decide chi entra. Vogue ha perso autorità anche perché quella macchina era così verticale da non prevedere un ricambio. Poi il mondo che la teneva in piedi si è chiuso, e a chi lo aveva amministrato meglio di tutti è rimasto il titolo senza la funzione. Il Novecento le ha dato uno strumento perfetto e ha smesso di esistere prima di lei.

Ho ancora quella copia del settembre che sfogliava il mio direttore artistico. L'ho presa quando la rivista ha chiuso, tra le cose che nessuno voleva portarsi a casa. Le pubblicità dentro sembrano ancora tutte urgentissime.

Scritto da
Daria
Daria
Costume

Osserva le piccole scene che rivelano il sistema: un premio letterario, la caption di un'influencer divorziata, il blazer di una ministra. Fa parte del mondo che smonta, e lo sa.

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