UmaniPolitica·agosto 2026

L’impero romano è finito a Malagrotta

Dalla biga di Michetti al Colosseo digitale di Vannacci, il mito imperiale inciampa nella Roma contemporanea, dove le rovine rallentano la metropolitana e l’ultimo sovrano è il re delle discariche

illustrazione di Kansei
illustrazione di Kansei
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Nel 2023 diventò virale su TikTok un meme che chiedeva: “Quanto spesso pensi all’impero romano?”. A rilanciarlo su Instagram era stato uno svedese appassionato di storia romana, Artur Hulu, convinto che gli uomini pensassero all’impero romano molto più delle donne. Invitava fidanzate, mogli e amiche a verificarlo facendo quella domanda. E, in effetti, molti uomini in diverse parti del mondo confessarono di pensarci sorprendentemente spesso.

Io non rientro in questo novero. Negli ultimi anni credo di aver pensato all’impero romano un paio di volte: la prima fu quando il centrodestra candidò un certo Enrico Michetti a sindaco di Roma contro Gualtieri. Lui era piuttosto fissato con l’impero e fece una campagna elettorale esilarante ispirandosi ai fasti della Roma antica. In un dibattito pubblico con gli altri candidati, Michetti, a un certo punto, si alzò e se ne andò precipitosamente. Calenda, che era sul palco, lo fulminò: “Aveva la biga in seconda fila”. Ancora ci rido.

Più recentemente ho pensato all’impero romano guardando i video del generale Vannacci, in cui lui, molto imbellito dall’intelligenza artificiale, condanna a morte Schlein, Conte e altri “sinistri” con il pollice verso. La scena, ambientata al Colosseo, con le vittime in stracci e legate mentre le belve arrivano a divorarle, rimandava facilmente all’immaginario delle esecuzioni pubbliche dei martiri cristiani per mano degli imperatori pagani. E mi sono chiesto — en passant — se Vannacci si rendesse conto di essere dalla parte sbagliata dell’equazione dio-patria-famiglia.

Così la mia personale parabola imperiale parte dai ricordi scolastici di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, passa per Enrico Michetti e la sua biga e finisce con Robertus Vannaccius in sandali e peplo. Non granché, lo ammetto. Ma ho sempre pensato che, se non sei di destra o se sei di Roma, all’impero romano non ti capita di pensarci così spesso. A conferma della mia tesi, sia Michetti sia Vannacci sono di destra e Vannacci è anche di La Spezia.

Devi essere di destra per avere quella passione per le aquile, i fasci, le daghe, le porpore e gli allori. Per subire il fascino maschio del legionario e pensarti imperatore. E non devi essere di Roma o non devi averci vissuto abbastanza per pensare oggi all’impero senza metterti a ridere.

Nel Colosseo di oggi non ci sono più martiri, belve e gladiatori, ma tutt’intorno sfilano gli abiti di lusso: Fendi al Tempio di Venere e Roma, con il Colosseo sullo sfondo, e Dolce & Gabbana al Foro Romano. Niente più bighe al Circo Massimo, ma i trattori e i tir della Coldiretti con le loro bandierine gialle. Il mausoleo di Adriano se l’è preso il Papa e al Pantheon ci riposano un paio di Savoia.

Ci sono città in cui il passato (o il presente) imperiale si vede subito: dall’enfasi delle prospettive, dalla vastità monumentale dei viali, dalle facciate ridondanti dei palazzi del potere. Londra, Parigi, Madrid, Vienna e, per altri versi, Washington sono città imperiali: il senso del loro dominio è ancora inscritto nel tessuto urbano, nell’intrico di simboli del comando (pensate alle “Imperial Measures” di Trafalgar Square).

La Roma medievale e papalina, invece, si è mangiata la storia imperiale e ha costruito case macinando rovine. Il popolino romano si è rubato tutte le parti metalliche del Colosseo: dei perni di ferro e piombo sono rimasti solo i buchi. Papa Urbano VIII (Barberini) fece fondere tutte le statue bronzee del Pantheon per farne cannoni per Castel Sant’Angelo e il baldacchino di San Pietro.

C’è voluto il fascismo per rispolverare il mito imperiale, con un piccolo impero africano feroce e straccione, durato meno di cinque anni, più simile alle vicende del gerarca Barbagli su Marte che alle gesta dei discendenti di Augusto. Di quella ambizione imperiale, a Roma, restano gli sventramenti della Spina di Borgo, diventata via della Conciliazione, e del quartiere Alessandrino, sepolto sotto via dell’Impero. Era il sogno mussoliniano: “Tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente, come fu ai tempi del primo impero di Augusto”. Un sogno che Michetti e Vannacci sottoscriverebbero col sangue. Invece, secondo Flaiano, Moravia o chissà chi altro — l’attribuzione è incerta, come per tutte le sentenze più azzeccate —, “Roma è l’unica città africana senza un quartiere europeo”.

Oggi Roma è molto più la città dei Cesaroni che quella dei Cesari: piccola, un po’ nostalgica, familistica, ma che si pensa generosa, tutta racchiusa in quella Garbatella meloniana dove è ambientata la serie, quanto di più lontano dai sogni imperiali. All’occorrenza, Mussolini l’avrebbe sventrata senza battere ciglio.

Oggi le glorie monumentali dell’Impero sono fastidiosi ostacoli che bloccano o rallentano gli scavi della metropolitana più lenta del mondo: tombe, caserme e templi che nessuno vuole riesumare e che vengono risepolti dopo le necessarie deviazioni delle linee. Sui colli fatali di Roma ci si arranca in bici elettrica, smadonnando in mezzo al traffico. Gli unici fasti residui sono quelli delle cattedrali di spazzatura che si innalzano dai cassonetti dell’Ama, con più fantasia, colore e ardimento architettonico della Sagrada Família di Gaudí.

Non per niente l’ultimo re di Roma non è Tarquinio il Superbo, ma Manlio Cerroni, l’ottavo re di Roma, l’imperatore delle discariche, “Er Monnezza”, che tra qualche mese compirà cent’anni. Un anniversario che qualsiasi sindaco dovrebbe celebrare con devozione e rispetto. Tutto a Roma parla di lui: io stesso possiedo un archivio infinito di cattedrali di spazzatura. Giro la città fotografando le tracce delle sue antiche imprese, ritraggo guglie di materassi, frigoriferi, divani, lampadari, porte, finestre, vecchi motori, tubi al neon, tutto decorato da sacchi di umido, caterve di carte e cartoni e festoni di plastiche e metallo in un tripudio di indifferenziato, mentre le campane per il vetro, sfondate alla base, rilasciano il loro luccicante detrito. Un giorno le pubblicherò tutte, in un volume patinato con ricco apparato critico. Qualcosa da conservare accanto ai tomi di Mommsen e Gibbon.

Giornalista e conduttore radiofonico italiano. Ha iniziato la sua carriera a Radio Radicale, di cui è stato anche direttore, per poi collaborare con testate come L'Indipendente, Il Foglio, Liberal e Il Tempo. Conduce Zapping su Rai Radio1. Vive a Roma ed è completamente agnostico in fatto di calcio.

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