La Gen Z ha scoperto Morrissey e che lavorare fa schifo. Heaven Knows I’m Miserable Now degli Smiths è tornata di moda, a 42 anni dalla sua uscita, come protesta online: cioè come colonna sonora dei meme che ci mandiamo in DM anziché lavorare. I protagonisti sono ventenni e quasi trentenni infelici che pubblicano gli screenshot delle conversazioni coi loro capi. Il verso in cui Morrissey trova un lavoro e scopre di stare peggio è perfettamente adattabile ai meme d'ufficio.
Uno dei miei primi lavori stagionali fu in un bar a Como. Facevo il cameriere, avevo diciassette o diciotto anni. Ricordo che non sapevo fare nulla, nemmeno tagliare le fragole: toglievo anche la parte bianca, e la proprietaria mi disse: «Se le tagliassi così, chiuderei subito» (sì, lavorare fa schifo, ma pure tu fai schifo a lavorare). La paga era tre euro all’ora, in nero. Sono rimasto un giorno, che mi è sembrato durare un anno per quanto soffrivo di una sofferenza atroce, e quell’estate sono andato a fare il corso per diventare bagnino. L’estate successiva lavoravo a Villa d’Este e prendevo mance da 20 euro.
Non fu l'unico. Ho lavorato da Blockbuster poco prima che chiudesse, e questo vi dà l’idea di quanto io sia preistorico: la gente usciva di casa e noleggiava i Blu-ray. Ho lavorato in un centralino gestito da una tizia con la foto di sé insieme a Silvio Berlusconi, entrambi più giovani e più magri, che quando mi sono avvicinato per dirle che volevo andarmene ha acceso il registratore e ha detto, allarmata: «Sto registrando tutto!», perché temeva gli abituali insulti dei dimissionari. Ho lavorato in un negozio di fiori, dove spostavo vasi per i matrimoni. Ho lavorato in un ristorante, dove correvo tra la cucina e la sala dimenticandomi metà delle cose, sporcandomi molto e scottandomi in cucina. Nessuno di questi lavori mi ricopriva di soldi. Oggi avrei probabilmente condiviso gli screenshot per autocommiserarmi.
Lavorare non piace a nessuno, sicuramente non a me. L’umanità si divide in chi fa lavori belli e ben pagati (sono pochi, sono quelli che invidiate), lavori belli e mal pagati (vi auguro di essere ricchi di famiglia), lavori brutti e ben pagati (i commercialisti sanno a cosa mi riferisco) e lavori brutti e mal pagati, che sono tanti.
Diamo per scontato che i lavori belli e ben pagati siano già stati tutti presi. Chi non è stato abbastanza sveglio, furbo o dotato deve litigarsi i brutti ben pagati e i brutti mal pagati. Questo significa che lavorare, per la maggior parte delle persone, è un’esperienza sgradevole. È per questo che lotterie e gratta e vinci hanno successo.
La mia generazione e quelle successive si crogiolano nel meme ironico, nelle scritte che diventano merchandise del cinismo, magliette, tazze, insulti luminosi che sono claim generazionali: vuoi la Naspi, tutto si risolve con uno spritz, le settimane durano troppo e i weekend sono brevi, e ci sono mille modi per fingerti occupato mentre dormi alla scrivania. C’è solo una cosa peggiore di non trovare lavoro: trovarlo.
La Gen Z ha imparato a riconoscere meglio i diritti violati. Bene. Ma rischia di perdere la capacità di distinguere tra un abuso e il percorso verso l’età adulta. Non tutto ciò che è spiacevole è ingiusto. Non tutto ciò che non assomiglia alla propria vocazione è tempo buttato. Molti lavori improbabili non ti portano dove vuoi andare: ti insegnano a non romperti prima di arrivarci. Ci penso ogni volta che taglio le fragole.
Una delle mie cose preferite è osservare il successo degli altri. Non intendo l’agiografia che ciascuno fa di sé su LinkedIn, ma la ricostruzione di come qualcuno è partito e ha lavorato sodo per arrivare dov’è. In genere YouTube è il posto giusto. In una puntata di Chapeau, format che racconta gli imprenditori più importanti d’Italia, trovo la storia del ventiseienne che lascia il lavoro, lancia corsi di pole dance e poi una startup di grip in cuoio per racchette da padel. C’è quello che lavora per cinque anni al progetto senza che un fondo ci investa, con gli amici che gli dicono di lasciar perdere. C’è Tommaso “Tommy” Mazzanti, quello dell’Antico Vinaio, che va a lavorare da suo padre e porta l’azienda di famiglia a un fatturato di 90 milioni. A un certo punto Tommy dice, in sostanza, di essersi fatto il culo, che sapeva quando entrava in negozio ma non quando usciva. Sì, era il negozio del padre. Però i soldi non gli cadevano addosso.
Non possiamo essere tutti imprenditori. Spesso dietro queste storie ci sono papà coi soldi. Però guardiamola da un’altra prospettiva: molto spesso si parte da lavori storti, marginali, poco prestigiosi. Banconi, fabbriche, mansioni fatte solo per imparare o sopravvivere. Alcuni non c’entravano nulla con ciò che poi sarebbero diventati. Però li hanno costretti a capire cose molto concrete: come si parla a un cliente, come si vende qualcosa, come si sopporta una giornata inutile, come si impara da una persona più esperta anche quando non ti somiglia. Tutte cose che, quando sei giovane, in genere non sai fare.
I ventenni di oggi hanno ragione quando denunciano stage finti, capi abusivi, paghe ridicole, orari illegali. Aspettate di avere quarant’anni, quando non potrete più nemmeno fare un finto stage. Però, insieme a questa sacrosanta consapevolezza dei diritti, sembra essersi indebolita un’altra competenza: la capacità di attraversare lavori imperfetti senza viverli come un affronto alla propria identità.
Si ripete spesso che i ventenni e i trentenni sono più inclini a lasciare lavori che non offrono abbastanza flessibilità. Si racconta meno che sono spesso loro stessi a essere molto poco flessibili.
In un articolo di The Free Press, Larissa Phillips scrive che l’epoca dei lavori estivi per adolescenti, arrivata al suo apice negli anni Settanta, potrebbe essere giunta al termine. Le ragioni sono molte: l’inflazione, la prudenza dei datori di lavoro, la paura di assumere adolescenti, ma anche genitori più interessati a proteggere i figli che a spingerli verso l’indipendenza. Phillips racconta lavori estivi faticosi, strani, a tratti inquietanti, perfino pericolosi, quasi mai raccontati ai genitori. È proprio lì, dice, che l’infanzia protetta incontra i rischi del mondo reale.
La vecchia retorica della gavetta è servita a coprire molti abusi. La nuova retorica dei diritti rischia di coprire un'altra fragilità: l’idea che ogni attrito sia una ferita, ogni capo un carnefice, ogni mansione noiosa una prova del fatto che il mondo non ci capisce. Non siete infelici. Siete solo giovani.
