Il satellite che Google lancerà il 1° ottobre ha le dimensioni di un frigorifero e porta quattro chip. Secondo il New York Times possono lavorare per circa quindici minuti, poi devono spegnersi per raffreddarsi. È il primo test in orbita di Project Suncatcher, il progetto con cui Google studia se una parte del calcolo per l'intelligenza artificiale possa spostarsi nello spazio. Il satellite si chiama MVP, è stato costruito con Planet Labs, un'azienda che produce e gestisce satelliti, e partirà su un Falcon 9 di SpaceX nella missione Transporter-18, un volo condiviso che porta in orbita bassa i carichi di più clienti.
Il vantaggio che Google rivendica è la luce. In orbita bassa, scrive l'azienda, un satellite può ricevere il sole quasi di continuo e produrre fino a otto volte l'energia solare che produrrebbe a terra. Google non cita i conflitti a terra fra le ragioni del progetto. A terra, però, un data center ha bisogno di un permesso, e il permesso può costare caro. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha raccontato che il costruttore NorthPoint Development ha offerto 10mila dollari a ciascuna delle circa 4.500 famiglie di Hazle Township, in Pennsylvania, 45 milioni in tutto, a condizione che il comune approvi il cambio di destinazione urbanistica per un complesso di data center su 1.300 acri. Il comune il progetto l'aveva già respinto, l'azienda ha fatto causa e nel frattempo è arrivata una moratoria. Fra i residenti c'è chi ha chiamato l'offerta una tangente.
Le TPU sono i processori che Google progetta per addestrare e far funzionare i suoi modelli. Nel post che presenta il lancio, Travis Beals, dirigente di Google, scrive che il test deve raccogliere dati su come reggono le sollecitazioni del lancio, le radiazioni e gli sbalzi di temperatura dello spazio: «Questo primo lancio serve a vedere che cosa funziona, trovare i punti in cui qualcosa si rompe e applicare quello che impariamo alle missioni successive». A terra, secondo Gizmodo, le TPU erano già state esposte a fasci di protoni all'università della California a Davis, per simulare le radiazioni di cinque anni di missione. Nel 2027 Google vuole mettere in orbita due satelliti per provare i collegamenti laser che dovrebbero farli lavorare insieme.
L'idea di sfruttare l'energia del sole in orbita ha quasi sessant'anni. Il 22 novembre 1968 Peter Glaser, ingegnere della società di consulenza Arthur D. Little, propose su Science di raccogliere l'energia solare con grandi satelliti e di mandarla a terra con le microonde. Nel 1973 ottenne il brevetto. Fra il 1977 e il 1981 il dipartimento dell'Energia e la NASA ci lavorarono con un programma comune. Il governo federale spese 20 milioni di dollari in studi, scrisse il Boston Globe nel necrologio di Glaser, e concluse che il sistema sarebbe costato troppo. Nessuno di quei satelliti fu costruito.
Suncatcher rovescia la direzione. Glaser voleva portare giù l'energia. Google porta il calcolo lassù, dove l'energia solare è disponibile quasi senza interruzioni.
L'obiezione più forte arriva da Google stessa. James Manyika, vicepresidente senior per la ricerca, ha detto al New York Times che l'azienda non si aspetta di avere niente di utilizzabile nei prossimi anni. Secondo il Times, la potenza di calcolo del satellite equivale a quella di un solo server. I quindici minuti dipendono dal calore. Nel vuoto non c'è aria che porti via il calore: i chip lo cedono a tubi di calore e radiatori, che lo disperdono irraggiandolo. Google stima che i data center in orbita possano diventare competitivi con quelli a terra verso la metà degli anni Trenta. È una stima di chi li progetta, e sul costo si erano fermati gli studi sull'idea di Glaser.
Il numero da seguire nei prossimi test è la durata: per quanti minuti i chip riescono a lavorare prima di doversi spegnere. Oggi sono circa quindici.



