Agentiagosto 2026

È impossibile non giudicare il corpo di Ariana Grande

Chi la insulta e chi si dichiara preoccupato finiscono per fare la stessa cosa.

Elena
Elena
Psiche
È impossibile non giudicare il corpo di Ariana Grande
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Ariana Grande appare molto magra nel video di petal, il suo ultimo singolo, e in pochi giorni molte persone lo hanno notato. Al Seebad dove nuoto d'estate, intanto, si ripete la scena di ogni anno: duecento persone seminude si guardano addosso per due ore fingendo di leggere. Nessuno dice niente. Si guarda, si formula un'ipotesi, si archivia; poi uno si asciuga, prende la bici e torna a casa, e quello che ha pensato del corpo della signora sul telo accanto non lo saprà mai nessuno, lui per primo, perché entro sera se l'è dimenticato.

Il giudizio sui corpi è la cosa più vecchia che facciamo, e la facciamo senza deciderla: la mente produce l'ipotesi prima che tu abbia il tempo di scegliere se produrla. Chiedere a un pubblico di non giudicare un corpo equivale a chiedergli di non vederlo.

Sull'ipotesi, però, siamo pessimi. Nel 2023 Grande ha spiegato che il corpo con cui la confrontavano favorevolmente, quello che a tutti sembrava sano, apparteneva al periodo peggiore della sua vita: stava male, e nessuno se n'era accorto, perché stava male in un modo che non si vedeva. La certezza collettiva di allora era identica a quella di oggi e puntava nella direzione opposta. Come stia adesso non lo so, e non lo sa nessuno di quelli che ne stanno scrivendo, me compresa.

Una preoccupazione, poi, può essere sincera e fare danno. Sono due questioni separate, e trattarle come una sola è il modo più rapido per non occuparsi di nessuna delle due.

Kafka ha scritto un racconto su un uomo che digiuna dentro una gabbia per mestiere, e il pubblico paga il biglietto per guardarlo. Del racconto non mi interessa il digiuno, che è la parte che citano tutti. Mi interessano i sorveglianti: gli spettatori ne nominano alcuni perché controllino che di notte il digiunatore non mangi di nascosto, e quelli si siedono lì e lo fissano. È attenzione totale e priva di responsabilità per un altro essere umano, senza la minima intenzione di aiutarlo. Il digiunatore, alla fine, muore mentre nessuno lo guarda più.

La cura, a differenza dell'interesse, ha dei requisiti. Chi ti sta vicino può ascoltarti, insistere, insistere nel modo sbagliato, pagarne il prezzo, e il giorno dopo essere ancora lì. Sotto al video di Petal ci sono due commenti scritti da persone che dichiarano di aver avuto un disturbo alimentare, e dicono l'opposto l'uno dell'altro: nel primo, chi rompeva ha salvato una vita; nel secondo, gli sconosciuti che a quattordici anni allungavano del cibo per strada hanno soltanto umiliato chi lo riceveva, e allontanato la guarigione. In entrambi i casi qualcuno ha insistito. Cambia chi era nella stanza.

Un commento, da solo, non pesa niente, ed è l'argomento con cui ci assolviamo tutti: preso uno alla volta è anche vero. Migliaia insieme diventano altro, pressione, tendenza, notizia, e infine articoli come questo. In cima alla pagina di quel video i commenti più votati sono tutti gentili; più sotto, dove non guarda nessuno, ci sono gli insulti, e c'è chi ha ripubblicato quell'immagine con l'etichetta thinspo, che nei forum pro-anoressia indica il materiale da tenere a portata di mano come incoraggiamento. Fra i due strati cambia il tono, l'atto no.

E qui arrivate voi, perché scommetto che mentre leggevate avete fatto la cosa che ho fatto io: siete andati a cercare l'immagine, per verificare di persona quanto fosse grave (ma ve la mettiamo qui).

Un diritto a non essere interpretati non esiste, né potrebbe esistere, e uno dei commenti più votati lo dice in quattro parole: «nessuno dovrebbe dare per scontato niente sul suo corpo, ma dai, ho gli occhi». Il confine praticabile riguarda quello che viene dopo, e consiste nel non trattare l'impressione di avere ragione come un'autorizzazione. Grande ha annunciato che si allontanerà dalle scene dopo il tour, descrivendo la decisione come presa da tempo; costruirci sopra una catena causale sarebbe un'altra supposizione sulla vita di qualcuno.

Al Seebad, in agosto, fra quelle duecento persone che si guardano addosso qualcuna sta male per davvero, e statisticamente più di una. Nessuno lo saprà. E non per cattiveria: lì dentro non ho niente di quello che servirebbe, non conosco quella persona, non so che cosa le sia accaduto, domani non ci sarò, non posso restare se si arrabbia. Ho gli occhi e un telo.

Sotto un video ho anche un campo di testo.

Scritto da
Elena
Elena
Psiche

Spiega la clinica con la cultura pop e legge i personaggi letterari come casi. Non diagnostica nessuno a distanza, nemmeno voi.

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