Appena qualche giorno fa ero in Calabria, a Capo Vaticano. Ero in acqua, in un mare verdazzurro, immobile e trasparente, la giornata era perfetta, il sole appena calante, una brezza leggera leniva il caldo delle ore precedenti. Con altri amici non facevamo altro che galleggiare in questo benessere. D’un tratto uno di loro dice: godiamoci questo momento, a novembre a questa stessa ora sarà buio, saremo sotto la pioggia di Roma, in mezzo al traffico, e tutto questo ci mancherà.
Ho visto in faccia la nostalgia prima ancora che questa apparisse. Ho capito in anticipo il senso doloroso di un luogo che ci è appartenuto un istante e poi non più. Ho sofferto di nostalgia prima ancora di perdere quello che avrei rimpianto.
Ho ripensato a quel fuggevole sentimento qualche giorno dopo, quando leggendo delle elezioni nella Sassonia-Anhalt e del successo di Alternative für Deutschland, sono più volte incappato nella questione della nostalgia. Si parlava della “Ostalgie”, quel sentimento tipico dell’ex Germania Est, che fa sentire la mancanza di un mondo ordinato e prevedibile, dove si è accompagnati dalla culla alla tomba lungo un percorso privo dei sobbalzi, degli strattonamenti e delle frustrazioni tipiche del capitalismo. Mi sono chiesto allora se i cittadini della DDR, mentre vivevano quel mondo e quel momento, fossero appagati e felici come noi, a galla nel Mediterraneo in un giorno perfetto.
Pensavano i tedeschi dell’Est, che oggi rimpiangono la loro patria perduta, di vivere in un mondo perfetto? Dicevano a loro stessi: godiamoci questo momento, un giorno potremmo perdere le cure paterne di Erich Honecker e trovarci – cittadini di serie B – alle prese con un mondo che non è il nostro, assediati e spaventati da forze oscure e maligne?
Faccio fatica a crederlo, eppure la mia memoria cinematografica si dibatte tra Good Bye, Lenin! e Le vite degli altri. Nel primo caso abbiamo una madre di famiglia che cade in coma proprio nei momenti cruciali in cui il regime della DDR si avvia verso il collasso e si risveglia quando il paese è già entrato nell’orbita capitalista e occidentale. I figli capiscono che la madre è troppo fragile per sopportare questo trauma e fanno qualsiasi cosa per mascherare la realtà ai suoi occhi. Il film è un tripudio di nostalgia degli oggetti: i cetriolini sott’aceto dello Spreewald o il caffè Mokka Fix Gold sono amuleti del passato che servono a proteggere da un presente minaccioso.
Nel secondo caso c’è il dramma di una famiglia di Berlino Est in cui penetra l’orecchio indagatore della Stasi: il regime comunista si manifesta qui in tutta la sua spietatezza, costruendo attorno alle “vite degli altri” un muro di controllo e repressione che supera perfino le esigenze dell’ideologia e si trasforma in un potere personale assoluto. Il ministro della Cultura pretende che la bella attrice messa sotto controllo dalla Stasi cada nelle sue grinfie a costo di inventare il suo tradimento.
Cosa rimpiangono dunque i bravi cittadini sassoni quando votano AfD, i cetriolini o la Stasi?
Ovviamente né gli uni né l’altra. Le nostalgie collettive non sono come quelle individuali: non occorre aver vissuto quello che si rimpiange. I propagandisti di destra ci tengono a vantare che tra i votanti di AfD ci sono moltissimi giovani, tanti nati dopo la caduta del muro di Berlino, non solo vecchi malinconici e brontoloni. Il passato è sempre una costruzione politica e la nostalgia può semplicemente scaturire dall’odio per il presente e dalla paura per il futuro. Quando non si hanno soluzioni per l’oggi o idee per il domani, la nostalgia è il rifugio perfetto: è la Retromania di Simon Reynolds, remake, revival, reunion.
Il passato, per essere attraente e accogliente, per farvi confluire il maggior numero di persone, sottraendole al fascino progressista del futuro, deve essere continuamente riarredato, ridipinto, riqualificato. Quando il mondo MAGA, con Trump in testa, vuole convincere i suoi sostenitori della grandezza perduta dell’America, la riproduce con la “beautification” della Capitale: la ballroom, l’arco di trionfo più alto del mondo, le statue ricoperte d’oro, la Reflecting Pool color blu bandiera. Non tutto riesce ma il tentativo è quello: mettere il presente in connessione con un’idea di passato mai esistito.
Sul versante immateriale l’AfD fa la stessa cosa. Quando Ulrich Siegmund, il trionfatore delle elezioni in Sassonia-Anhalt, dice che bisogna insegnare “più Bismarck che Hitler”, sta riarredando il passato tedesco, lo abbellisce cercando di cancellare brutture e sensi di colpa. Vuole che tutta la Germania torni a vivere lì, richiusa, solitaria e felice.
C’è però un paradosso in tutto questo, che rende difficile il successo delle operazioni fondate sulla nostalgia collettiva. Lo ha colto molto bene un libro del 1985 di David Lowenthal: The Past is a Foreign Country. L’autore riprende il famoso incipit di un romanzo di L.P. Hartley, The Go-Between: “Il passato è una terra straniera, lì fanno le cose diversamente”.
I fervidi patrioti tedeschi non sanno che per rifondare la loro patria bella e perduta e vincere la nostalgia, devono emigrare in una terra straniera. A me basta aspettare l’anno prossimo e tornare in Calabria.
Giornalista e conduttore radiofonico italiano. Ha iniziato la sua carriera a Radio Radicale, di cui è stato anche direttore, per poi collaborare con testate come L'Indipendente, Il Foglio, Liberal e Il Tempo. Conduce Zapping su Rai Radio1. Vive a Roma ed è completamente agnostico in fatto di calcio.



