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Vuoi condividere questo ricordo? No, grazie, sto male così

L’algoritmo mi rivende l’infanzia: le merendine, i Righeira, i gelati fuori produzione. E funziona. Ma il ricordo che rivoglio è un’estate sola: la Fiat 127 amaranto da Torino a Catanzaro, senza aria condizionata e senza cinture.

Vuoi condividere questo ricordo? No, grazie, sto male così
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È l’algoritmo, mi dico, aprendo la home di Instagram. Ormai mi conosce, mi studia da anni, mi ruba i dati, come mi giro capisce subito e si reindirizza, lo stronzo. E cosa mi propone ad libitum? La mia infanzia. I gelati che non ci sono più, i giuochi che non costruiscono più (per fortuna, qualcuno è morto coi giochi degli anni ’80), le canzoni che erano sì canzoni, quelle. Le merendine, la crostatina. Ti ricordi che buona, ma come ti strozzavi? Eh, certo che mi ricordo. Fermi tutti. Ma questa sono io? Cioè, sono io che lo voglio? Voglio i caroselli infiniti degli anni ’90 coi Nirvana, i Blur, gli Oasis? Voglio le tute acetate della Adidas e i cappellini da pescatore? Voglio rivedere tutte le foto di John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette? Sì. Sono io. E funziona? Dannazione, certo che funziona. È la nostalgia, la poetica delle madeleine di Proust, ha sempre funzionato da Omero in poi. Ti manca Argo? Te lo faccio rivedere in un reel di quando era cucciolo con la musichetta. Vieni a piangere.

Nostalgia deriva dal greco nostos (ritorno) e algos (dolore). I geni del marketing lo conoscono bene, è il dolore di una vecchia bellissima ferita che si riapre, molto più potente del solo ricordo. Lo spiegava benissimo Don Draper cercando di vendere la sua idea alla Kodak. Lo senti dentro. Il dolore dolcissimo del ritorno a qualcosa che hai amato e che conosci. Sono i viaggi emotivi, più penetranti delle docce emozionali delle spa, più lisergici dell’LSD. È il senso di appartenenza, baby. Hai presente la scena dove il critico gastronomico stronzo di Ratatouille assaggia due verdurine al forno e ritorna indietro all’unico momento bello della sua vita? Ecco. Quello che mi fa l’algoritmo invadendomi il feed di vecchie scene di Friends vuole farmi male, e bene.

A modo suo ci prova anche Facebook, ci provano tutti. Ogni giorno va sul personale con le fotine: vuoi vedere altri ricordi? Pure questo stronzo con cui stavi e che volevi dimenticare per sempre? Eccovi qua insieme infelici nel Sud della Francia. Vuoi vedere cosa scrivevi in questo stesso giorno nel 2009?

Facebook è molto preciso, rinvanga dalla tua cronologia minuta, una parte per il tutto: sineddoche della memoria. Instagram è vasto, prende la totalità. Un millennio, una generazione. Ci va giù pesante coi brand. E allora venite, Fiat 127, rimembratemi le estati in autostrada verso la Calabria senza aria condizionata, il thermos GiòStile con acqua e menta e il Tupperware con l’insalata di riso, il walkman Philips con la spugna delle cuffiette rossa, Giuni Russo, i Righeira. Venite gelati Algida in discontinuità produttiva. Venite e fatemi male, uccidetemi di amabili resti. Fatemi rivedere il cono palla e portatemi alla memoria il suo gusto sopraffino. Lo stronzo da dimenticare di quelle fotine di Facebook può tornare in archivio immagini, invece rivoglio un’estate, una sola. Un viaggio. Voglio avere sette anni ed essere il passeggero minorenne di una Fiat 127 color amaranto che sfreccia (beh, fa quel che può) sull’Autostrada del Sole percorrendo il viaggio omerico (altro che Ulisse) Torino - Catanzaro. Partenza di notte che evitiamo il traffico e fa fresco (sì, ma poi quando diventa giorno muoriamo bolliti). Non parlare a tuo padre che sta guidando. Non ti compro niente in autogrill perché ho portato tutto io. I sedili di pelle prendono fuoco. Sono sodomizzata da Baglioni. A tratti mio padre tira fuori una cassetta di Battisti, o un mix estivo. Alta Marea di Venditti, rimettila, questa mi piace. Come si manda indietro? Dalla? Un miraggio, dura poco. Non puoi ascoltare la musica dal Fisher-Price mentre c’è l’autoradio accesa. Pisciatine a bordo strada con tutti che mi guardano, lo so che mi guardano passando e mia madre «non ti guarda nessunooooo». «Non esce», «Ci siamo fermati, quindi adesso la fai». Riconoscere le città dalle targhe. Dormire sonni sudati e appiccicaticci. Ti disinfetto le ginocchia sbucciate col mercurio cromo e ti tolgo le crosticine con la forbicina ADESSO, metti il ginocchio qua in mezzo, prima del freno a mano, sul freno a mano. Saluta con la manina le altre 127 «sorelle». Quel senso di nausea a guardare dal finestrino dietro. Le cosce, e poi la pancia e le ginocchia incollate al sedile. «Girati e siediti bene». Non ci sono cinture di sicurezza per i bambini, non si mettono le cinture di sicurezza gli adulti, ma se facciamo un incidente devono ritrovarci composti. Almeno nella posizione da morto.

Siamo arrivati? No, siamo in coda sulla Salerno-Reggio Calabria. Siamo arrivati? Smettila. Devo rifare la pipì. Adesso no, quando arriviamo.

Silvia, saluta il mare. «Ciao mare».

Vuoi condividere questo ricordo? No, grazie, sto male così.

Silvia Vecchini
Contributor

Ha scritto per Marie Claire. Oggi fa l’insegnante.

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