Cultura

Alla ricerca delle tracce perdute di MySpace

Quando il profilo era un autoritratto di gusti e ossessioni, e una canzone in autoplay poteva farti incontrare il tuo futuro marito

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Immagino abbiate tutti presente quel verso de “Il ragazzo della via Gluck” in cui Celentano, col cuore straziato, canta: “Là dove c’era l’erba ora c’è una città, e quella casa in mezzo al verde ormai, dove sarà?”. Ecco, forse la versione millennial di quella nostalgia per quando si era giovani e l’erba era più verde potrebbe suonare più o meno così: “Là dove c’era un villaggio costruito in HTML amatoriale ora c’è una megalopoli governata dagli algoritmi di Meta, e quel profilo MySpace con la canzone indie che partiva in automatico, dove sarà?”.


Mi è venuto in mente cercando di rientrare nel mio account MySpace: nonostante mi fossi iscritta con il mio vecchio indirizzo di posta elettronica Hotmail, ancora attivo, non sono riuscita ad accedere. Cercando con lo username, però, compariva un quadratino grigio con il mio nome e cognome in nero e l’avviso che il profilo era privato: potevo vederlo solo effettuando il login. Se riuscissi ad accedere, tra l’altro, sarebbe soprattutto per scoprire se ci sia ancora qualcosa o se quel pezzo della mia giovinezza digitale sia andato del tutto perduto.

Nel 2019 la piattaforma confermò che, a causa di un problema avvenuto durante una migrazione dei server, era andata persa una quantità enorme di dati. Per la musica si parlò di oltre 50 milioni di brani, caricati tra il 2003 e il 2015, spariti da un giorno all’altro. A differenza di altri luoghi virtuali, MySpace è stato praticamente raso al suolo e non sono rimasti nemmeno i ruderi. I forum sono rimasti in piedi come città fantasma del vecchio web: spopolati e abitati solo da fantasmi che si aggirano tra le impalcature di discussioni morte, ma ancora riconoscibili. Anche dei blog di Splinder qualcosa è rimasto, rintracciabile attraverso la Wayback Machine, ma di MySpace niente, solo qualche screenshot salvato da qualche utente e rintracciabile su Google Images.

Allora dovrò affidarmi alla memoria e alla nostalgia di quel periodo, seppur breve. Il picco di popolarità di MySpace, infatti, va grosso modo dal 2005 al 2008, ma su internet il tempo è relativo e un anno ne vale dieci. Mi sembra di ricordare che in Italia non avesse avuto così tanto successo: era un social network molto legato alla vita notturna, la connessione tra reale e virtuale ancora forte.

La prima cosa che vedevi aprendolo era “la bacheca”, idea poi copiata da Mark Zuckerberg, che si aggiornava ricaricandola manualmente, gonfia di annunci su dove ritrovarsi la sera: dj set, concerti per massimo trenta persone in qualche scantinato, serate a tema, party “vintage” e “indie”, oppure i concerti nei locali più grandi di autori che stavano trovando la loro popolarità proprio su MySpace. Era più per i fighetti che per i nerd: oltre alla famosissima quanto famigerata sottocultura emo, è stato il terreno fertile per molte altre community, sottoculture e movimenti musicali che hanno definito le aesthetics di internet, ossia delle identità visive costruite attraverso assemblaggi di immagini, colori, font, fotografie e riferimenti culturali, che negli anni successivi sarebbero esplose prima con Tumblr e Pinterest e, in altre forme, su TikTok e Instagram.

L’esistenza di MySpace era inestricabilmente legata a un altro feticcio Y2K: la fotocamera compatta. L’utente tipico di MySpace, che fosse emo, raver, metallaro o indie, era qualcuno che si metteva in posa e si scattava selfie da solo, ma più spesso in due o in gruppo. Non eravamo ancora monadi con uno smartphone in mano e dei follower: eravamo persone che uscivano nel mondo reale, con un gruppo di amici, e poi tornavano a casa per raccontarlo online attraverso le fotografie. Ovviamente, i profili di maggior successo erano quelli delle ragazze. Eravamo ancora ben lontani dalla Instagram Face, con i volti delle influencer sempre più omologati e ricalcati sul modello di Kylie Jenner e Kim Kardashian. Le ragazze di MySpace, invece, erano variegate, multicolor, spesso volutamente eccentriche: erano, in qualche modo, le rappresentanti viventi della propria aesthetic. Il profilo non serviva soltanto a dire chi eri, era un modo per costruire e mostrare visivamente i propri gusti culturali e il proprio stile.

La mia preferita era una ragazza con un caschetto nero, la pelle bianchissima, eyeliner e rossetto rosso, alla Karen O, la cantante degli Yeah Yeah Yeahs. A farla da padroni erano i leggings, spesso abbinati a microabiti colorati, arancioni e turchesi. Dalle nostre foto, caricate una per una dentro rudimentali album online che comunque già permettevano i tag, si poteva intuire quanto fosse grande la collezione di cerchietti e di grandi bracciali in plastica rigida. C’erano dei trend da seguire, certo, ma poi ognuno prendeva la propria strada, anche in controtendenza. Si poteva partire dall’indie sleaze e finire con un look anni Sessanta, per poi cominciare a frequentare serate revival, ska o mod, con le minigonne e le polo Fred Perry. Non c’era ancora l’idea di dover appartenere a un’estetica precisa e riconoscibile, dimostrare continuamente fedeltà a un fandom: le aesthetic erano più fluide, si contaminavano tra loro e soprattutto cambiavano insieme a noi.

L’altro feticcio Y2K era l’iPod. In pratica eravamo già giovani umani “aumentati”, solo che gli esoscheletri esterni non erano ancora stati condensati dentro un unico apparecchio. Per dire: io andavo in giro con il Motorola Razr (fucsia), l’iPod (fucsia), una Moleskine (sempre fucsia) e, infine, la fotocamera (rosa, solo perché non l’avevo trovata fucsia). Da neo-amica del pink (le “Amiche Pink” sono un’attuale community di TikTok), avevo abbellito lo sfondo del mio profilo MySpace con una carta da parati dallo stile vintage, ma comunque rosa. Del resto, il profilo MySpace era una specie di minisito personale, che si poteva personalizzare molto più di quanto facciamo oggi con i nostri profili social. Oltre alla schermata centrale, si potevano aggiungere le due colonne laterali e riempirle con testi e immagini dedicati ai propri libri preferiti, alle serie tv, ai film, ai personaggi del momento: un patchwork di riferimenti che, messi tutti insieme, andavano a definire la tua personalità in quel preciso momento e, soprattutto, il modo in cui volevi essere percepita dagli altri. Nel mio profilo, c’era una foto di Paris Hilton, la it-girl dell’Y2K, vestita però da dama ottocentesca, perché a un certo punto era stata invitata a un ballo a Vienna; avevo messo anche una foto di Lady Diana, una copertina particolarmente brutta di Lolita, una foto dei Beatles e dei Libertines, per mettere in chiaro quali erano i miei gusti musicali. Era una specie di autoritratto per accumulo: non dicevi direttamente chi eri, lo facevano i contenuti che sceglievi di mettere intorno a te.

E poi c’era la musica, che era il vero centro aggregante della community. Non a caso, negli anni successivi MySpace avrebbe cercato di riposizionarsi proprio come piattaforma dedicata all’intrattenimento musicale, trasformando quella che era stata una delle sue caratteristiche più amate nel cuore stesso del servizio. Ancora oggi la piattaforma si presenta principalmente come un luogo per scoprire, condividere e ascoltare musica. Su MySpace trovarono visibilità e un pubblico iniziale moltissimi artisti che sarebbero poi diventati famosi: dagli Strokes a Franz Ferdinand, fino ad Amy Winehouse. E poi c’era Adele, che io ricordo di aver scoperto su MySpace prima ancora che pubblicasse il suo primo album. La storia di Adele, in effetti, è abbastanza emblematica: nel 2006 un amico caricò sulla piattaforma un suo demo di tre canzoni registrato per un progetto scolastico; quel materiale attirò l’attenzione di XL Recordings e contribuì a farle ottenere il contratto discografico. Il suo album di debutto, 19, sarebbe arrivato soltanto nel 2008. Scoprire musica prima degli altri era eccitante. Era una piccola forma di prestigio: potevi dire “io questa la conosco già”, quando ancora nessuno aveva sentito parlare di quell’artista. E lo stesso valeva per i concerti: andare a vedere al Circolo degli Artisti qualcuno che suonava davanti a poche decine di persone e che, magari, qualche anno dopo sarebbe diventato famoso e mainstream. Era come assistere in anticipo a qualcosa che ancora non sapevi sarebbe successo, ma forse intuivi che sarebbe comunque successo.


Altre citazioni presenti nel mio profilo MySpace: “A stylish girl in the riot”, da una canzone dei Ting Tings, forse anticipatrice di quella successiva ondata di femminismo che, qualche anno dopo, sarebbe diventato fin troppo performativo. E “We wear the same clothes ’cause we feel the same”, da End of a Century dei Blur. Ragionamenti sull’identitarismo estetico mentre cercavo di capire quale fosse la mia identità, o forse cercavo solo di trovare un fidanzato. Comunque, alla fine, su MySpace ho trovato mio marito: era il batterista di uno dei gruppi che andavamo a sentire. Gli ho chiesto che cosa lo avesse attirato sul mio profilo. Prima di tutto, ero tra i “top friends” di un suo amico; poi avevo scelto una bella canzone, ritmata e divertente. Ed era questa un’altra grande peculiarità di MySpace: se qualcuno finiva sul tuo profilo, era praticamente costretto ad ascoltare la canzone che avevi scelto, perché partiva automaticamente. Credo che la mia fosse Nur Ein Wort dei Wir sind Helden, ma non ne sono sicura, perché la cambiavo spesso. Forse era Victoria dei Kinks. Anche la colonna sonora del profilo, insomma, faceva parte dell’autoritratto.

Tra noi nati negli anni ’80 e ’90 ci diciamo spesso di essere stati l’ultima generazione ad aver visto il prima e il dopo. Sottinteso: di internet. Ci è stato sottratto il mondo reale e, in cambio, abbiamo avuto un luogo in cui riprodurre la nostalgia e visualizzare i ricordi. E così la nostalgia è diventata un tratto caratteriale della nostra generazione, talmente ipertrofizzato da riuscire ad accogliere sotto la sua confortevole coltre anche esperienze che vanno ben oltre quelle che abbiamo realmente vissuto. A un certo punto, siccome avevamo fatto così tante esperienze su internet, siamo diventati nostalgici anche di internet. È forse questa la vera nostalgia Y2K: non tanto il rimpianto per un preciso periodo storico, quanto quello per un modo diverso di stare online. Proprio perché è un luogo immateriale, internet ha un paesaggio che può cambiare improvvisamente e senza preavviso.

Le piattaforme possono essere chiuse, le interfacce aggiornate, gli algoritmi modificati, interi pezzi di quel paesaggio digitale cancellati o sostituiti da un giorno all’altro. Quello che abbiamo vissuto online, insomma, può scomparire con una rapidità che nel mondo reale è impensabile. E forse è proprio per questo che continuiamo a cercare quelle vecchie fotografie, quei blog, quei forum, quei profili che non esistono più: non stiamo soltanto cercando noi stessi da giovani, ma un mondo digitale in cui siamo stati giovani. Uno dei luoghi spariti di internet, quello che più mi manca, è proprio MySpace.

Laura Fontana
Laura Fontana
Critica digitale

Lavora da più di dieci anni come esperta di comunicazione digitale per brand nazionali e internazionali. Si occupa di società digitale e analisi del web. Scrive di internet e pop culture, influencer e creator economy su Rivista Studio e altri magazine.

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