La Gaza che esiste nei feed ha qualcosa in comune con quella reale? La striscia di territorio sulla costa orientale del Mediterraneo e la Gaza algoritmica condividono lo stesso nome. Eppure, da un lato c’è un territorio vessato, soggiogato e strumentalizzato, colpito dai bombardamenti, dalle crisi alimentari e da una cronica scarsità di beni essenziali. Dall’altro c’è una Gaza plasmata dal pensiero collettivo digitale: una presenza costante nei trend, punto di convergenza di molti fenomeni online preesistenti, dall’attivismo performativo ai fandom, dai call-out alle shitstorm. In questo passaggio dalla geografia allo schermo avviene la trasformazione di un territorio in contenuto: una sorta di processo alchemico in cui la solidarietà viene sublimata in identità.
Online Gaza è un ecosistema di video e immagini, slogan, pratiche social con un proprio codice etico condiviso, simboli, emoji e una ritualità ben definita, che per molti aspetti richiama il modo in cui si organizzano fandom e community legati a pop star, prodotti culturali o serie televisive. Il punto è che il sostegno a una popolazione finisce per diventare anche uno strumento di costruzione dell’identità personale e, soprattutto, collettiva. Nel mondo reale, questa dimensione identitaria legata a Gaza si riscontra in determinati spazi universitari e nei centri sociali. In quello online, invece, sono stati soprattutto i fandom e le community preesistenti ad abbracciare la causa, intrecciandosi talvolta con le reti di attivismo universitario già presenti sulle piattaforme. L’espressione più evidente di questa convergenza è rappresentata dagli influencer che hanno fatto propria la causa palestinese, ma anche da figure diventate influencer e content creator proprio raccontando quasi esclusivamente questo tema. Tutto ciò è avvenuto in tempi rapidissimi: dal 7 ottobre a oggi. Analizzare il divario tra la Gaza reale e la Gaza algoritmica significa interrogarsi non soltanto sulla guerra o sulla solidarietà, ma sul modo in cui le piattaforme digitali trasformano eventi, territori e persone in oggetti di partecipazione, investimento emotivo e identificazione collettiva.

Per capire come si sia formata la Gaza algoritmica bisogna tornare al 7 ottobre 2023. Il massacro del Supernova Festival si è consumato come una sorta di punizione “venuta dal cielo”, dentro un raduno di giovani provenienti da tutto il mondo, uniti dalla passione per la musica techno ed elettronica. La dissonanza tra i loro look da hippie e la violenza dell’attacco ha contribuito a fissare quell’evento collettivo traumatico nell’immaginario pubblico: i capelli delle ragazze decorati con treccine e nastri, i parei colorati, la grande statua di Buddha che troneggiava nel mezzo del palco principale. E poi il DJ che si nascondeva dietro la console, la gioia che lasciava il posto al terrore, la sorpresa che si trasformava in orrore, infine la fuga senza via di scampo. Le riprese realizzate con gli smartphone da alcuni ravers documentavano il momento in cui l’atmosfera di festa si rovesciava nel suo opposto.
La spettacolarizzazione della violenza è una caratteristica del terrorismo contemporaneo, che non mira soltanto a provocare morte e paura, ma anche a conquistare attenzione. Colpire un concerto significa agire su un simbolo immediatamente riconoscibile e amplificare l’impatto mediatico dell’attacco, come era già avvenuto al Bataclan o a Manchester. Nel caso del Supernova Festival, però, la quantità di immagini e filmati disponibili fu senza precedenti, trasformando l’evento in un fenomeno virale globale. Da quel momento il conflitto non si è sviluppato soltanto sul terreno militare, ma anche all’interno delle piattaforme digitali. Il trauma del 7 ottobre ha polarizzato il dibattito pubblico, generando letture contrapposte degli eventi e contribuendo a ridefinire la percezione della questione palestinese. Se per decenni la causa palestinese era rimasta prevalentemente un tema politico, spesso confinato a determinati ambienti militanti, nell’ecosistema digitale post-Covid Gaza ha assunto una natura diversa: da teatro di un conflitto è diventata anche oggetto di partecipazione online, identità collettiva e mobilitazione permanente.
Inaspettatamente, in alcune nicchie molto visibili dell’opinione pubblica online, le vittime del Supernova Festival hanno ricevuto ben poca compassione. Soprattutto tra giovani occidentali che non si riconoscevano in loro, e che talvolta arrivavano a disprezzarle perché erano andate a ballare “vicino a un campo di concentramento”, cioè Gaza, o almeno la Gaza che avevano in mente. Il massacro è stato rapidamente reinterpretato come un “atto di resistenza”, e il sacrificio umano, se non legittimato, comunque subordinato a una causa ritenuta più importante. Con l’inizio dei bombardamenti israeliani, la situazione è ulteriormente precipitata anche online. Questa trasformazione è chiaramente leggibile attraverso gli strumenti di ascolto del web: nell’esplosione delle ricerche su Google, delle citazioni e delle discussioni attorno a termini come “Gaza”, “Palestina” e “genocidio”, che dopo il 7 ottobre hanno assunto una centralità, una continuità e una carica morale nuove. Da quel momento, il lungo conflitto israelo-palestinese ha cessato di essere soltanto un evento geopolitico ed è diventato uno dei principali campi di battaglia online, con tanto di scontri tra community e fandom, call-out e shitstorm usate come armi offensive.
L’algoritmo si è presto intriso dei colori della bandiera palestinese. Molti feed si sono riempiti di video e reel che rimandavano a zone di guerra, pubblicati da account che si dichiaravano localizzati a Gaza. Si trattava di contenuti caratterizzati in ogni caso da un forte engagement e spesso accompagnati in bio da link a GoFundMe o PayPal per le donazioni. Accanto a questi video, più o meno violenti e drammatici, ne emergevano altri ancora più ambigui: riprese “aesthetic” coi cumuli di macerie e il cemento sbriciolato sullo sfondo, montate su basi musicali emotive. In altri casi erano coinvolti veri e propri content creator, che utilizzavano formati tipici dei social come ASMR, “una giornata tipo”, video di cucina e lifestyle, però ambientati a Gaza. Nel frattempo, anche celebrità e pop star, influencer e tiktoker molto seguiti hanno progressivamente aderito alla causa, esibendo spille e simboli; chi prima e chi dopo, spesso su pressione o stimolo delle rispettive community. Chi non partecipava, in effetti, poteva essere ritenuto sospetto e “complice del genocidio”, dunque suscettibile di call-out e perdita di follower.
È come se molte delle cause dell’attivismo performativo degli anni precedenti, progressivamente indebolite nella loro capacità di trainare i trend (MeToo, BLM, ambientalismo e transfemminismo), fossero confluite e si fossero riorganizzate attorno a Gaza. Anche i fandom delle pop star, già abituati a forme di attivismo performativo, hanno iniziato a inserire nelle bio su X e Instagram l’emoji del cocomero, diventata a tutti gli effetti uno dei simboli del movimento pro-Pal online. In questo processo, quello che prima era un movimento pro-palestinese legato a partiti, associazioni o tradizioni si è progressivamente trasformato in una community, o meglio in un fandom a sé stante, con le proprie celebrità di riferimento, influencer, divulgatori e personalità pubbliche. Tra queste, figure come Greta Thunberg, passata dall’attivismo ambientalista alla causa pro-Pal, hanno contribuito a consolidare questa nuova configurazione. Gaza ha finito così per rappresentare non una causa tra le altre, ma la causa attraverso cui leggere tutte le altre.
Siccome di trend si tratta, è possibile individuare anche i principali picchi di attenzione. Il primo è legato ai giorni immediatamente successivi al 7 ottobre 2023. Il secondo, invece, è interamente riconducibile a un contenuto digitale: l'immagine virale generata con l'intelligenza artificiale e diffusa nel maggio 2024, che mostrava una distesa di tende disposte in modo da formare dall'alto la scritta “All Eyes on Rafah”. L'immagine si è diffusa rapidamente grazie alla funzione "Aggiungi il tuo" delle Stories di Instagram, trasformandosi in uno dei contenuti più virali della mobilitazione pro-Pal (oltre 45 milioni di condivisioni). Il terzo e, al momento, ultimo grande picco è associato alla spedizione della Global Sumud Flotilla dell’autunno 2025, che ha generato un’enorme ondata emotiva sui social. Anche in questo caso, la partecipazione di influencer, creator e personalità pubbliche ha amplificato enormemente la portata dell'evento, attraverso video, appelli e testimonianze dirette rivolte alle rispettive community. La Flotilla non è mai arrivata a Gaza:fu intercettata da Israele prima di raggiungere la Striscia. Eppure, per molti aspetti, il suo significato sembra essere stato più importante della sua destinazione reale. In questo senso, ricorda le spedizioni alla ricerca di luoghi perduti, come Atlantide e Agartha, abitati da civiltà ritenute “pure” e “intatte”. Gaza, invece, deve essere liberata da chi la tiene prigioniera, il luogo dove ritrovare una forma di purezza morale originaria percepita come smarrita nelle società occidentali.
L'impressione è che una parte dell'attivismo online abbia progressivamente sostituito il rapporto con la realtà materiale della guerra con un ecosistema di contenuti virali, repost automatici, estetiche della sofferenza e rituali digitali di espiazione collettiva. La maggioranza delle persone non vedrà mai Gaza, non conosce palestinesi, non comprende il contesto storico, non saprebbe collocare molti degli eventi di cui discute quotidianamente; eppure sente di avere con Gaza un rapporto intimo e morale. Si tratta, dunque, di un rapporto che si sposta su un piano sempre meno politico e sempre più spirituale. Per certi aspetti, persino esoterico: quando un luogo lontano organizza interiormente la coscienza di milioni di persone, finisce per essere evocato più che conosciuto. Gaza smette di essere soltanto un territorio e diventa un miraggio, una “terra promessa”. In questa prospettiva, la “Palestina performativa”, o Gaza algoritmica, può essere letta come una forma di allucinazione collettiva digitale, propagatasi attraverso piattaforme: un luogo aspirazionale sul quale una parte dell'Occidente progressista proietta colpa, desiderio di purezza, bisogno di appartenenza morale e ricerca di senso.
