In casi come questi sono ancora più felice di non avere figli. Non solo perché così posso scialare tutto lo stipendio per me e svegliarmi all'ora che preferisco. E non certo perché non saprei come educarli al meglio, certo che lo so, vieterei ai miei figli di stare in live su TikTok mentre io mi rilasso guardando gli operai della Maggi Spurghi riprendere la merda che esce dai tubi di un condominio, offrendo loro insieme un cattivo esempio e una scusa per disubbidirmi. Sono felice perché non devo decidere in quale modo infelicitarli: se consentire loro di stare tutto il tempo online o vietarglielo. E soprattutto, sono felice di non avere una posizione netta a riguardo, così da non dover sbattermi a difenderla.
La notizia è che il governo britannico ha annunciato un divieto dei social per i minori di 16 anni, seguendo l'esempio australiano (che ha fissato il limite a 16 anni) e inserendosi in una tendenza internazionale di restrizioni all’accesso dei minori ai social. La tesi è che i social non siano un passatempo come gli altri, ma ambienti progettati intorno a vulnerabilità umane (sono più simili a slot machine che a un motorino). Le posizioni vanno dall'ingenuità di quelli che "vietato vietare, è proibizionismo!" a quelli che pensano che lo Stato si possa sostituire a loro come genitori. Tipo quelli che al ristorante danno l'iPad ai figli per poter conversare senza essere interrotti.

La tentazione è di ricordarsi come eravamo noi. Ai miei tempi ero parcheggiato dai nonni, che a loro volta mi parcheggiavano al bar a giocare ai flipper oppure davanti al televisore a guardare cartoni giapponesi. Poco più grande giocavo al Nintendo e poi alla Play fino a che gli occhi non diventavano rossi. Poi avevo un cellulare che faceva solo tre cose: chiamare, inviare messaggi e giocare a Snake. Io non avevo nessuno a cui scrivere, e poi costavano troppo. All'altezza dei 13 anni mi annoiavo molto, ero infelice, soprattutto d'estate, perché avevo troppo tempo libero da riempire e niente da fare. La mia dieta di televisione fino alla nausea, videogiochi e cazzeggio non era tanto più sana di quella di oggi. Ero insicuro, non mi piacevo e mi addormentavo contando i miei difetti. Ero infelice e dismorfico, proprio come i ragazzini di oggi.
La differenza, però, è che la televisione poteva rincoglionirti per un pomeriggio, ma non imparava dal tuo rincoglionimento per costruirti il pomeriggio successivo. La PlayStation ti teneva fermo davanti a uno schermo, ma non trasformava ogni insicurezza in metrica sociale. Snake era una perdita di tempo, ma non la misura del mio posto nel mondo.
La caratteristica di ogni adolescente occidentale contemporaneo è avere molto tempo da buttare. Quando li vedo aspettare dieci, venti, trenta minuti i bus penso a quanto tempo perso, poi mi ricordo che non hanno niente di meglio da fare. Forse sarebbe stato meglio mandarmi a lavorare presto. Se non posso dire che senza i social si stava meglio, dirò che si stava meglio quando c'era il lavoro minorile.
Cosa dovremmo pensare, dunque, delle limitazioni ai social media per chi non ha raggiunto i sedici anni? Il primo inganno è considerare questi dispositivi come strumenti. I social, dicono i libertari, sono solo strumenti, e dipende da come li usi, non vanno vietati. McLuhan sta scuotendo forte la testa. YouTube, TikTok, Instagram e tutti gli altri cambiano il nostro ritmo percettivo, la forma dell’attenzione, l'idea di sé e il nostro rapporto con gli altri. Che è il motivo per cui c'è gente che prima di addormentarsi non legge Kant ma passa in rassegna decine di video e li manda agli amici. Amici che non guarderanno questi video ma vi manderanno i video che hanno visto loro. In un loop dell'insonnia.
Ammesso che esista un divieto che un adolescente non riesce ad aggirare, il secondo inganno è credere che lo Stato può insegnare ad annoiarsi. E subito dopo mi chiedo: ma siamo sicuri che annoiarsi sia edificante? Mi sono annoiato moltissimo da giovane e non ho preso a leggere tutti i libri. Stavo nella mia infelicità. Mi ha insegnato qualcosa quella noia? Direi di no. Sono sopravvissuto, ma mi sono anche rotto molto i coglioni.
Abbiamo attribuito ai social un potere enorme, e ora attribuiamo alla loro assenza un potere quasi magico. Come se, tolto Instagram, riapparissero automaticamente i pomeriggi lunghi, le conversazioni, l'amicizia reale. Un adolescente senza social non diventa Umberto Eco: può semplicemente annoiarsi peggio, stare male in modo più silenzioso, oppure fare come la ragazza che risponde all'inviata della BBC che le chiede come organizzerà le sue giornate senza più i social dal 2027, riempiendo 9 ore libere che le rimangono: “guarderò il muro”.
Chi è più ingenuo: quello che pensa che i ragazzini siano in grado di gestire da soli il loro tempo libero dentro piattaforme progettate per non lasciarglielo gestire, o quello che pensa che lo Stato possa sostituirsi ai genitori con una schermata di verifica dell’età? Forse meglio fissare i muri.
