Società

L’assedio della lontananza

Dal caldo di São Paulo al gelo di Torino: come un bambino di sei anni, figlio di migranti veneti tornati in Italia nel 1961, ha imparato cosa significa la nostalgia.

L’assedio della lontananza
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Sono nato a São Paulo del Brasile nel 1955, figlio, nipote e pronipote di migranti veneti. I miei genitori avevano deciso di lasciare il Brasile (ah, la nostalgia!) per ritornare in Italia, nel giugno 1961: non più nella loro Verona, ma a Torino, nel pieno delle celebrazioni per i primi cento anni dall'Unità e del capoluogo sabaudo capitale, una città avvolta, stravolta dall'illusione effimera del boom economico. Mio padre aveva trovato lavoro, come designer, in una ditta di mobili alla cintura di Torino. Mia madre doveva badare a tre figli maschi; la femmina arriverà tre anni dopo. Sono passati soltanto sei mesi. Ed ecco arrivare il mio primo Natale non brasiliano.

São Paulo era immensa, gigantesca, piena di vita, multiculturale. Torino sembrava coperta dal grigio, austera, con la bellezza atavica e romantica di quel fiume, il Po, così splendidamente narrato da Giovanni Arpino nel suo capolavoro "La suora giovane", dove si poteva, in estate, fare il bagno proprio come al mare. E poi La Grande Fabbrica, la Fiat Mirafiori, dove la gente andava a faticare, a tutte le ore del giorno e della notte: il "cottimismo", non "l'ottimismo". La Mole Antonelliana pareva toccare le nuvole e Omar Sívori aveva preso il posto dei miei frombolieri brasiliani, dei miei idoli del Palmeiras e di quell'ala dalle gambe storte, Mané Garrincha, che a ogni partita componeva una folgorante e sbilenca poesia.

Parlavo una lingua particolare, che metteva insieme l'italiano dei miei genitori, il veneto dei nonni e il portoghese parlato con i miei coetanei al quartiere Cambuci. Mi ritrovai in prima elementare non senza difficoltà: ma in classe incontrai, e ancora la ringrazio dal profondo del cuore, un angelo per davvero: la mia maestra Esterina Unia, alta e gentile. Mi insegnò, con pazienza e amore, a prendere confidenza con il mio nuovo idioma. Quando passo davanti alla scuola Silvio Pellico ripenso sempre a lei, a quando mi faceva ripetere, in questo periodo, "Stella stellina la notte si avvicina...".

Tutto era nuovo e tutti erano ancora vivi. Giovani. Proiettati verso il futuro. Il dolore non ci apparteneva. Ancora non ci apparteneva.

Mi ritrovavo per la seconda volta straniero. Prima in Brasile e adesso in Italia. Bisogna capire chi si ritrova, d'un tratto, smarrito, privato delle proprie radici, partito per fame o per disperazione, per guerra o per angoscia. Per questo detesto profondamente i razzisti, così come Antonio Gramsci odiava gli indifferenti, i senza memoria, gli ingrati, quelli che pensano che la loro terra sia soltanto la loro terra, e non anche di chi viene a cercare speranza e futuro e aiuta un popolo a crescere, portando nuovi venti e talenti, nuove esperienze, nuove religioni, nuovi sapori, nuove letterature.

Il mio primo Natale fu con la neve: a São Paulo si festeggiava al sole e nella nostra tavola, comunque, non mancava mai la polenta calda, perché anche quello era un modo per pensare a chi era rimasto, un modo per cercare di allontanare la nostalgia.

La nostra casa era dalle parti del centro storico, in via Madama Cristina, a due passi dal Valentino. Una piccola, accogliente casa. Il mio primo Natale italiano fu bellissimo. Al gelo. Con i miei cowboy e gli indiani e il mio forte, con le mie automobiline. Io e mio fratello Fabrizio (Lamberto era già grande) ci svegliavamo prestissimo ("Sì, potete alzarvi: Babbo Natale è passato!", annunciava, divertito, mio padre al tintinnare dell'alba). Poi, il pranzo a casa dei nonni, degli zii e dei cugini. Con papà e nonno Giovanni in giacca e cravatta e la mamma, la zia e la nonna che avevano preparato la pasta fresca. Così buona da fare sempre il bis, non come capitava con la minestrina a cena, nei giorni normali.

La nostalgia mi appartiene, fa parte, da tempo immemore, della mia vita. Spesso "ritorno" a quegli anni, all'infanzia brasiliana e a quella, dai sei anni in poi, italiana (anche se per il critico letterario Massimo Raffaeli "la nostalgia, per Pastorin, non è un semplice voltarsi indietro"). È uno stato d'animo, un "dolore del ritorno", specie con cicatrici per le "assenze", ma talvolta anche con malinconica felicità. Per le occasioni perdute, come ben diceva il mio amato poeta crepuscolare Guido Gozzano: "Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state...".

Il mio amico e indimenticabile scrittore Antonio Tabucchi mi insegnò che esiste anche una "saudade" del futuro. Ecco, per me, italo-brasiliano, la "saudade", parola portoghese intraducibile, è qualcosa che si avvicina allo struggimento, alla voglia di recuperare un amore, un luogo, una persona. E sappiamo che il domani è capace di riportarci quel male di vivere o quella speranza accesa. Mi piace il titolo che Antonio Prete dà alla nostalgia in "Nostalgia. Storia di un sentimento": "l'assedio della lontananza".

Penso a quanti bimbi stranieri passeranno, tra pochi mesi, il loro primo Natale italiano. Li considero miei fratellini e li abbraccio. Sperando che il tempo che verrà porti tolleranza, solidarietà, non più morti in mare, e non soltanto una misericordia da domenica durante la messa. Dopo l'amen, tutto come prima.

Darwin Pastorin
Darwin Pastorin
Contributor

È stato inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore responsabile di Tele+ e Stream, e ha diretto i nuovi programmi di Sky Sport e La7. Tra i suoi libri, «Lettera a mio figlio sul calcio» e «L’ultima parata di Moacyr Barbosa» (Mondadori), «Le partite non finiscono mai» e «Tempi supplementari» (Feltrinelli).

Parole chiave
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