C’è una fotografia che mi dà nostalgia. Si intitola Shoeshine Boy with Cop, 14th Street, New York, e Morris Engel l’ha scattata nel 1947. Ho vissuto a New York per quasi un decennio, naturalmente in un’altra epoca, eppure quell’immagine mi riporta continuamente lì. Non nella città che ho conosciuto: quella del ragazzo che lustra le scarpe e del poliziotto sulla Quattordicesima Strada non è la mia New York. Eppure, guardandola, tutto mi sembra familiare. Provo nostalgia per una città in cui non sono mai vissuto e, allo stesso tempo, per quella in cui ho vissuto davvero. Come se, per un istante, le due New York si sovrapponessero.
Quel desiderio di tornare anche dove non sono mai stato mi fa pensare alla differenza tra nostalgia e malinconia. Credo di averla capita leggendo l’antropologo Vito Teti. O meglio, ho capito che per anni avevo usato le due parole come se fossero la stessa cosa. Ma la malinconia ha qualcosa di fermo: è il sentimento di una perdita che continua a occupare spazio. La nostalgia, invece, contiene movimento. Viene da nostos, il ritorno, e algos, il dolore. Può essere sofferenza, ma è anche desiderio di andare verso qualcosa. Anche quando quel qualcosa non esiste più, o forse non è mai esistito davvero così come lo ricordiamo. Teti, che ha passato una vita a interrogare le partenze, i ritorni e ciò che resta quando le persone se ne vanno, ha raccontato la nostalgia come un sentimento molto meno conservatore di quanto siamo abituati a pensare. Il passato, quando lo si guarda a lungo, migliora. È per questo che la fotografia è nostalgica per sua stessa natura. Non perché rappresenti il passato, ma perché ogni immagine ci mette davanti a qualcosa che è accaduto e che, nell’istante stesso in cui la guardiamo, non sta più accadendo.
Susan Sontag lo ha detto con la brutalità che le apparteneva: tutte le fotografie sono, in qualche modo, memento mori. Fotografare significa prendere parte alla mortalità, alla vulnerabilità, alla trasformazione di qualcuno o qualcosa. E ha scritto anche una frase che, da sola, potrebbe essere la storia della fotografia: «When we are afraid, we shoot. But when we are nostalgic, we take pictures». Quando abbiamo paura spariamo, ma quando siamo nostalgici fotografiamo. Eppure una fotografia non produce nostalgia soltanto perché conserva ciò che è perduto. Può farci desiderare anche qualcosa che non abbiamo mai vissuto. È forse questa la sua forma più misteriosa. Guardiamo una ragazza con una frangia troppo corta in un club londinese dei primi anni Ottanta, un gruppo di adolescenti americani in una stanza devastata, una drag queen che fuma in un appartamento di New York, e proviamo nostalgia. Non per noi, ma per un tempo al quale non siamo mai appartenuti. È una dinamica che attraversa con particolare forza la fotografia delle sottoculture che, quando diventano abbastanza visibili da essere fotografate, sono già minacciate dalla propria trasformazione. Gli halbstarken di Karlheinz Weinberger, i ragazzi di Tulsa fotografati da Larry Clark, il mondo di amici, amanti, drag queen e tossicodipendenti che Nan Goldin ha raccontato per anni. Oggi quelle immagini vengono guardate come archivi di mondi perduti. Ma quando sono state scattate erano vita che accadeva, spesso in modo autodistruttivo, pericoloso e disordinato. La nostalgia che proviamo guardandole non appartiene necessariamente ai loro soggetti.
Una fotografia può anche finire per contenere un ricordo che non ha niente a che fare con il momento dello scatto. Mi è successo con L’ami, scattata da Hervé Guibert nel 1979. È un’immagine che mi è arrivata anni fa come una cartolina postale da un’amica. Da allora, ogni volta che la guardo, penso a lei. La fotografia di Guibert continua a essere quella fotografia, ma per me ha finito per contenere anche un’altra storia, una memoria che non appartiene né al suo autore né alla mano sul petto del ragazzo ritratto. Ogni volta che la guardo, rivivo l’istante in cui l’ho trovata nella mia buca delle lettere.
Forse è per questo che la fotografia, invece che riportarci indietro, fa qualcosa di più crudele e più generoso: ci mostra che indietro non possiamo tornarci. Gli scrittori possono inventare il passato, ricostruirlo, persino correggerlo. I fotografi devono invece fare i conti con qualcosa che è stato davvero davanti al loro obiettivo. Chissà, magari continuiamo a fotografare proprio per questo motivo. Non per salvare il tempo, ma per costruire un luogo in cui poter tornare. Un luogo imperfetto, parziale, spesso persino falso, ma nostro. E ogni volta che lo guardiamo sappiamo due cose insieme: che non esiste più e che, in qualche modo, continua a esistere soltanto perché lo abbiamo inventato.


