Cultura

Soap opera e nostalgia

Una clip di Beautiful nel feed, Stephanie che prende a sberle Brooke. Paolo Furia risale da Sentieri a Plauto e arriva al Grande Fratello: i tipi fissi sono gli stessi, ma il trash delle soap si guardava sapendo che era finzione.

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Un giorno il mio feed su Instagram mi regala d’emblée una clip di Stephanie Forrester, esemplare indimenticata di matriarca da soap opera, prendere a sberle l’insaziabile Brooke Logan, femme fatale tra le più note nel piccolo schermo. Il taglio di capelli delle donne non mente: siamo negli anni Novanta. La suocera non aveva più di sessant’anni, ma li portava tutti, e con il viso aquilino e gli occhi aguzzi, e una bravissima doppiatrice italiana presa dal teatro come usava allora, si rivolgeva a Brooke in toni inverosimilmente accesi, tra generosi improperi: “sei la sgualdrina di Beverly Hills!”. La trentenne Brooke, viso e capelli d’angelo, non se le lascia dire in silenzio: è cat-fighting. L’ho guardata tutta, la clip: mi ha sbloccato dei ricordi. E poi, il cat-fighting delle soap opera, devo ammetterlo, mi piaceva. La regola del feed è chiara: per uno che ne guardi, mille te ne arriveranno. Così, periodicamente mi raggiungono brevi video diffusi direttamente dalla produzione della soap opera The Bold and the Beautiful (in Italia, semplicemente Beautiful), questa volta riguardanti la stagione attuale, in cui Brooke, la stessa attrice, ha quasi sessant’anni ma è ancora una femme fatale (che invece che andare a letto con i genitori dei compagni ora si è risolta a provarci con i compagni delle figlie) e il resto dei presenti sono personaggi più recenti, con alcune eccezioni.

La trovata di mercato è stata interessante: una clip da un passato che sembrava sepolto arriva a un Millennial, generazione notoriamente nostalgica, per rappresentargli che il prodotto in questione non è affatto morto, ma vive e lotta nel suo antico medium (la televisione). Beautiful così viene a pescare nuovi spettatori utenti in un medium più moderno, tra i membri di una generazione (i Millennials) che la televisione l’ha abbandonata per i social o per le piattaforme streaming, ma alla quale, come si sa, nel mondo di oggi, manca qualcosa: forse un azzardo, ma l’accessibilità di Instagram e TikTok per questo tipo di uso vale la pena di un tentativo.

I motivi del successo di quel genere di prodotti andrebbero indagati e forse ora che hanno una certa età e sono in parte superati è giunto il momento di farlo. A casa delle mie nonne, entrambe, si guardava Sentieri, in inglese Guiding Light: una soap opera più interessante di Beautiful, a dirla tutta. La serie era iniziata nel 1937 come racconto radiofonico destinato alle casalinghe americane che si sintonizzavano tra una pubblicità di sapone e l’altra (di qui l’espressione “soap opera”). Durante i brevi episodi, il reverendo Ruthledge dispensava consigli alla sua comunità. In seguito, al centro della serie sarebbe arrivata la famiglia Bauer, i cui rampolli più giovani erano ancora in televisione negli anni Duemila quando la serie ha chiuso. All’inizio, l’idea del Guiding Light aveva un che di pedagogico: attraverso la radio, e poi la televisione, venivano impartiti al pubblico buoni consigli per affrontare moralmente le problematiche familiari più scabrose, di cui trattavano i vari episodi. E poi, poco alla volta, la produzione ha compreso che agli spettatori piaceva più la problematica scabrosa che non la predica morale. Il piccolo schermo ha dato finalmente dei volti a questi personaggi formulari, ripetitivi, fissati in un tipo e un ruolo. I loro tipi e ruoli sono quelli delle nostre famiglie e luoghi di lavoro: il fratello minore ambizioso e pronto a tutto per mettersi in mostra; la segretaria che seduce il datore di lavoro; la suocera che difende il matrimonio onorevole della figlia che, disgraziata, si innamora del cattivo ragazzo; il cattivo ragazzo che maltratta la ragazza, fino a quando, da lei redento, non rivela un gran cuore; la ragazza buona, che non si concede subito al cattivo ragazzo ma se invece per caso lo fa sente di dover tenere il segreto per difendere la reputazione, anche se, molto probabilmente, nonostante la natura occasionale dell’incontro, si troverà incinta; il bravo ragazzo, quello della porta accanto, che nasconde segreti indicibili; il boss della mafia, perché l’esotico è sempre dietro l’angolo; l’uomo d’affari, o il politico, che non hanno scrupoli e sono, nello stesso tempo, oggetto della più grave riprovazione morale e indiscutibilmente i personaggi più interessanti; la suocera o la zia, rigorosamente di una certa età, arcigna e spesso zitella, che sente il dovere di difendere la sua famiglia e i figli (perlopiù maschi) dallo scandalo.

Sono gli stessi personaggi delle commedie di Plauto e di Terenzio: si tratta di ruoli psico-sociologici, “persone” (che in latino vuol dire “maschere”, letteralmente usate per performare a teatro) di cui si esaltano i tratti “tipici”, quelli cioè meno dipendenti dalla profondità psicologica di ciascuno, e maggiormente determinati dalle attese e dagli stereotipi sociali. La natura del comico, come categoria estetica, è sempre stata legata ad una certa tipizzazione della psicologia umana. Tipicamente, la psicologia del personaggio di soap opera è appiattita sulla funzione che deve giocare nella trama: è forse anche per questo che non ci si sente poi troppo in colpa a ridere di lui o lei. Una psicologia leggera mantiene l’attenzione sui comportamenti, anziché sulle loro motivazioni; e i comportamenti producono gli eventi che tengono lo spettatore incollato allo schermo. Questi comportamenti ed eventi messi in scena dalla soap opera rappresentano a tutti gli effetti delle compressioni ed esasperazioni di comportamenti ed eventi che, nella vita reale, la gran parte degli spettatori incontra o agisce raramente, ma che nello stesso tempo sono tutt’altro che estranei alla dimensione ordinaria della vita. Prima o poi, abbiamo tutti avuto con la suocera un alterco simile a quello di Brooke; e magari avremmo segretamente desiderato che finisse un po’ peggio di come probabilmente in realtà è andato: perché la sceneggiata è liberatoria, perché urlare in faccia le cose alle persone proprio così come ci viene (e così come si sente fare nel telefilm) libera endorfine anche se non è socialmente opportuno, perché il drama è un modo per affrontare la propria realtà oltre che quella televisiva. Il comico fa ridere, e quindi fa sfogare, perché ridere è anche uno sfogo: la narrazione delle soap, nel suo tratto trash, è in continuità con la nobile categoria estetica del comico.

Per comprendere il trash, tuttavia, occorre metterne a fuoco il significato letterale. La parola indica l’immondizia: non per altro, come spiega bene l’estetologo Andrea Mecacci nel suo libro dedicato al kitsch e pubblicato presso Il Mulino (2014), essa è stata inizialmente associata alla Junk Art, forma d’arte che impiega scarti e resti di oggetti abbandonati o buttati via per dare vita a qualcosa di nuovo. Pratiche di questo tipo oggi si legano a movimenti quali lo Slow Fashion, che fanno del rammendo e del riuso dei capi usati un punto di sostenibilità e una correzione di rotta al consumo usa e getta. Quando Andy Warhol intitolò Trash il film da lui prodotto e diretto da Paul Morrissey nel 1970, aveva di mira ancora qualche cosa di molto vicino al significato letterale della parola: Holly, che vive con Joe ai margini della società, raccoglie oggetti di valore tra i rifiuti per le strade di New York. Questi usi artistici del trash alludono dunque alla condizione del rifiuto, alla quale gli umani di epoca capitalistica e consumistica sono legati da un filo particolarissimo. Il rifiuto infatti è ciò che non si vede, e a maggior ragione non si tasta, non si odora e non si gusta; e d’altra parte, il rifiuto è sempre con noi, dal momento che il meccanismo capitalistico della produzione e del consumo produce lo scarto come esternalizzazione ineliminabile.

Raccogliamo questa indicazione dell’etimologia per osservare ancora una evoluzione dell’uso del termine nel contesto televisivo e mediatico in genere. A un certo punto, per favorire ulteriormente l’immedesimazione da parte del pubblico nei confronti dei programmi e dei loro personaggi, il format cambia radicalmente, in un modo destinato a avere impatti antropologici ancora non indagati. Dalla soap opera si giunge ai reality, nei quali gli stessi tipi, comportamenti, ed eventi messi in scena nel luogo sicuro della finzione ora si vendono come veri. Quante volte, sempre da bambini, ci siamo chiesti: ma a Forum recitano o son davvero loro? La risposta era ancora relativamente rassicurante: Forum è una finzione, nel senso che i personaggi chiamati a mettere in scena i contenziosi sono interpretati da attori; ma le trame dei contenziosi sono reali. L’immedesimazione del pubblico era rafforzata dall’autenticità della trama, che giustificava la scelta di chiedere a degli attori di interpretare il caso senza risparmiare eccessi, strepiti, aggressioni. Dopo ancora, il Grande Fratello; e di lì in poi, oltre venticinque anni di persone che vanno in televisione a interpretare esattamente se stessi, secondo le aspettative e gli stereotipi propri dei tipi comici, per suscitare immedesimazione, riso e attenzione del pubblico. Qui le cose cominciano a farsi complicate: lo scheletro non è più nell’armadio, e le pulsioni che prima erano riposte nel giusto reparto della sublimazione narrativa (la soap opera) ora sono legittimate in quanto più reali e autentiche in virtù della loro immediatezza e irriflessività. Ma non era meno vera quella realtà storica nella quale quelle pulsioni dissacranti, quegli elementi di sfogo e quella “voglia di cat-fighting”, se così si può dire, venivano perlopiù sublimate nel campo della finzione consapevole; e non è certo più autentica di una realtà mediatica quale quella odierna, in cui il trash senza freni è sdoganato come prodotto di mercato che convince, in fondo, che la vita è tutta. Perché è vero che, nella storia dell’umanità, il perbenismo e il moralismo, e se è per questo pure il classicismo nell’arte, hanno negato dignità agli aspetti più spontanei del corpo, che includono il diritto di concedersi un bello sfogo, e poi riderci sopra. Ma è altrettanto vero che ogni società sana è fondata su qualche capacità di “gestire” i suoi scarti, per rendere possibile una vita sociale più equilibrata e armoniosa e per creare le condizioni di una diversa fioritura della vita individuale e spirituale.

Il trash propinato televisivamente nel contemporaneo peraltro vive completamente dentro gli stessi perbenismi di cui dovrebbe rappresentare una negazione: nei reality show si urla e si strepita in pubblico per un tradimento, per una gelosia che legittima l’eccesso. Questo, a dir il vero, lo facevano anche le soap opera: il delicato equilibrio tra messa in scena delle norme sociali e loro trasgressione riflette alla lettera la dinamica che crea il senso di colpa, ma anche il gusto della trasgressione, nelle società cattoliche e evangeliche. Anche questo è un aspetto del successo del trash: la singolare, solo apparentemente contraddittoria coesistenza di difesa della norma etica (soprattutto in materia di condotta sessuale) e gusto per la sua trasgressione. In questo senso, il trash è davvero qualcosa di cui non possiamo fare a meno, perché il rifiuto è sempre con noi, e il gioco di senso di colpa / gusto per la trasgressione appartiene ancora profondamente a società poco emancipate. Forse, per alcuni di noi, la nostalgia per il trash di Stephanie e Brooke, o Alan e Alexandra di Sentieri si spiega anche con la nostalgia per un mondo nel quale il lato trash poteva essere vissuto e goduto in una forma narrativa esplicita, senza la pretesa di proporsi come una verità più autentica come avviene oggi per mera scelta di mercato.

È ricercatore in estetica all'Università di Torino

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