Cultura

Siamo tutti dei gran bugiardi

I ragazzi, accusati di vivere nel presente perpetuo, mostrano un rapporto più educato con la perdita. Noi boomer possediamo un’enorme autobiografia e neghiamo il rimpianto

Siamo tutti dei gran bugiardi
Condividi
0:00 / 8:54
Letto da una voce sintetica · Liv.

Un metodo infallibile per riconoscere un boomer? Chiedetegli se ha nostalgia: se risponde di no con vigore e la mascella in avanti, avete davanti l'esemplare più nostalgico della specie. Lo so perché quell’esemplare sono io. Ho dichiarato per decenni che la nostalgia mi provoca l’orticaria, con la fermezza di certe signore che giurano di avere il medesimo viso del 1978 grazie all’acqua minerale e a un’alimentazione e niente sole, signora mia. Il vintage, sostengo con una certa aria saputa, è un cimitero con la vetrina; il passato è un ospite che non capisce quando andarsene.

Il boomer del ceto medio riflessivo confessa più volentieri il colesterolo alto dell’acuta nostalgia. Perlomeno, il colesterolo possiede una dignità clinica, mentre la nostalgia fa vecchio già alla seconda sillaba. Abbiamo trasformato la giovinezza in una cittadinanza permanente. Dire «mi manca» consegnerebbe ai giovani le chiavi del presente. Preferiamo presentare una perizia apparentemente obiettiva: i film avevano dialoghi, i cappotti duravano trent’anni, i pomodori conoscevano il proprio mestiere. Il boomer sincero conserva i biglietti dei concerti. Quello riflessivo organizza una retrospettiva, firma il catalogo e spiega ai ragazzi che il passato serve a comprendere il futuro. Il passato, intanto, serve a lui per rivedersi con più capelli.

Questa vanità possiede testimoni numerici. Uno studio britannico su centocinquanta nati tra il 1945 e il 1954 (The Mature Imagination and Consumption Strategies) ha rilevato che il 98% si sentiva più giovane della propria età; lo scarto ricorrente era di vent’anni. Gli studi di David Rubin hanno documentato il reminiscence bump: dopo i quarant’anni riaffiora una quota sproporzionata di ricordi dell’adolescenza e della prima età adulta. Il fenomeno descrive la distribuzione della memoria, senza assegnare a quei ricordi una qualità superiore.

Alla promozione ci pensiamo noi. Eleggere a età dell’oro il periodo in cui avevamo la pelle liscia e il metabolismo collaborativo Così, chiamiamo civiltà ciò che spesso era solo giovinezza. Qui entra la nostra paura più raffinata: Robert Pogue Harrison chiama juvenilizzazione la caricatura della neotenia culturale: ai giovani assegna una vecchiaia prematura e ai vecchi una giovinezza acerba. Il boomer modernista vi ha riconosciuto un programma e si è trasformato in adolescente artificiale, terrorizzato dall’obsolescenza dove ogni ruga diventa un refuso. Pascal Bruckner ha chiamato «dovere di felicità» l’obbligo moderno di esibire salute e buon umore permanenti. L’euforia perpetua espelle la sofferenza, il decadimento biologico e una sacrosanta malinconia. Noi aggiungiamo una clausola: sembrare riposati mentre combattiamo il calendario.

Il punto è che dire di guardare sempre e solo avanti è diventato un lavoro usurante e noi abbiamo assorbito anche la vecchiaia nel lavoro di sembrare giovani. E qui emerge la confessione peggiore: invidio furiosamente i boomer autentici, quelli ruspanti e provinciali, i miei coetanei del bar Sport e delle pizzate di classe. Esclamano «si stava meglio quando si stava meglio» con la serenità di chi appoggia sul tavolo una briscola. L’intellighenzia li deride e io stesso, in pubblico, assumo l’aria mesta del medico davanti a un caso senza speranza. Eppure, possiedono una statura tragica e una dignità ontologica che a noi sfuggono: hanno il coraggio della nostalgia. Accettano che una stagione sia finita e sopportano il ridicolo. Noi organizziamo un convegno sul futuro dell’autenticità e teniamo la bara dietro il guardaroba, perché abbiamo una paura fottuta della morte. Woody Allen ha dichiarato di preferire, all'immortalità dell'opera, quella più comoda del non morire. È il programma della mia generazione, e il rifiuto della nostalgia ne è il primo comandamento.

La politica prende «mi manca» e lo traduce in «ci hanno derubati». Poi arriva il registratore di cassa. Il tour d’addio di Elton John ha incassato 939 milioni di dollari; i KISS impiegarono quasi cinque anni a salutare, pausa pandemica compresa, e Cher quasi tre. Perfino l’addio, da noi, chiede il rinnovo automatico. Nel 2015 Facebook lanciò On This Day, e i devoti che conosco hanno l’età dei miei compagni di liceo, impegnati ogni mattina a scambiarsi fotografie sbiadite nei gruppi «se sei cresciuto negli anni Settanta capirai».

Il boomer sincero rimpiange. Il boomer insincero, quello che vuole fare il moderno, cioè me, pretende che niente finisca. Grafton Tanner chiama foreverism il regime antinostalgico che promette crescita senza cambiamento e vita senza perdita. Eccomi. Tornare al 1985 mi annoia; pretendere che il 1985 prosegua, aggiornato e privo di rughe, è il mio vizio. Voglio i Rolling Stones ancora sul palco, il remake promosso a rilettura e la bottega ribattezzata concept store. Nel 2016 Gina Pell propose perennial per una mentalità libera dalle caselle anagrafiche; noi ne abbiamo subito fatto il nuovo nome di vecchio, che tenerezza. Perfino il sesso subisce il restauro. Nei nostri racconti era casuale, allegro, emancipato. La memoria ha tolto dall’inquadratura l’Aids, l’omofobia, le doppie morali, gli aborti clandestini e quella provincia del desiderio dove parecchi soffrivano in silenzio. Conosceva Photoshop prima di Photoshop. Guardiamo i ragazzi fra un’app e una chat e diagnostichiamo il tramonto della carne: tra il 2007 e il 2017, negli Stati Uniti, il sesso occasionale recente fra i giovani senza partner dai 18 ai 23 anni è sceso dal 38% al 24% fra gli uomini e dal 31% al 22% fra le donne. Deridiamo i nipoti, e qui diventiamo sleali, perché la Generazione Z compie un’operazione simile ma lascia visibili le cuciture. John Koenig ha dato il nome di anemoia alla nostalgia per un tempo mai conosciuto. Dentro entrano fotografie scolorite, Polaroid nuove, maglie Y2K, vinili comprati insieme al giradischi e serie che rimontano il passato come un cartoon: Stranger Things offre gli anni Ottanta; Bridgerton veste l’800 mentre gli archi suonano Ariana Grande; Palm Royale passa il 1969 in una centrifuga color sorbetto. Questi mondi rinunciano al certificato di autenticità. Sono desideri in costume, rifugi temporanei, repertori da provare allo specchio ma la loro franchezza mi pare superiore alla nostra aria spocchiosa. I Throwback Thursday hanno officiato il rito con encomiabile chiarezza. Poi è arrivato «com’era bello il 2016»: Pokémon Go, il filtro delle orecchie del cane, Snapchat, Messenger. Il revival è tornato su TikTok nel 2026. Riderne sarebbe comodo e volgare. Per una persona di vent’anni, il 2016 occupa metà della vita cosciente. Dieci anni sembrano pochi a chi dispone di un magazzino da decenni e ha già dichiarato patrimonio dell’umanità la propria adolescenza. La Generazione Z raccoglie ciò che il feed sta per inghiottire e fabbrica continuità. Noi possediamo un’enorme autobiografia e neghiamo il rimpianto; loro dispongono di pochi anni, prendono una felpa, uno screenshot, una canzone compressa e si procurano uno ieri. Ciascuna generazione ritaglia il passato. La differenza sociale sta nel cartellino: loro scrivono aesthetic, vibe, aura; noi scriviamo qualità, canone, memoria collettiva e, nei casi disperati, patrimonio immateriale. Loro mettono un hashtag. Noi telefoniamo all’Unesco. A questo punto un saggio italiano convocherebbe Bauman di cui francamente ci siamo rotti: dopo amore, paura e modernità liquidi, che qualcuno gli dia un accappatoio. I ragazzi, accusati di vivere nel presente perpetuo, mostrano un rapporto più educato con la perdita. La loro, di nostalgia, reca un’etichetta. La nostra sale in cattedra vestita da Storia. Per anni ho detto di detestarla, perché era il mio lasciapassare contraffatto per l’oggi perenne. Oggi ammetto il reato: voglio il tempo in cui il futuro pronunciava il mio nome. Ai ragazzi manca il 2016. Hanno 10 anni di ricordi e li chiamano Thursday. Noi abbiamo 50 anni di ricordi e pretendiamo che coincidano con la storia della cultura. Il giovedì, almeno, dice la verità.

È un critico ed esperto di moda. È stato caporedattore di Marie Claire, ha scritto su Repubblica, Amica, Il Foglio e altre testate editoriali online e offline.

Leggi tutto il numero

Editoriale, video e tutti gli articoli, in un'unica pagina.

Apri il numero